Buone mogli e sagge madri: breve storia del fumetto giapponese al femminile

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Di Susanna Scrivo

Non tutto il maschilismo viene per nuocere. Non se provoca una reazione dirompente, a tratti rivoluzionaria nelle donne di quella società che per secoli ha cullato suddetto maschilismo.

Che la società giapponese sia profondamente maschilista non è un mistero, né un pregiudizio dettato dall’ignoranza di una cultura tanto distante, e non solo geograficamente, da quella occidentale. D’altra parte, però, è proprio dalla cultura giapponese, e nella fattispecie da quella popolare universalmente conosciuta tramite i fumetti (manga) e i cartoni animati (anime), che provengono ormai da decenni personaggi femminili esempio di libertà, emancipazione e forza. Fujiko dà non poche gatte da pelare a Lupin, Lady Oscar è un esempio antologico di forza femminile, le tre sorelle di Occhi di gatto non sono di certo donnette spaurite e bisognose di un uomo al loro fianco, tutt’altro. Prima ancora, bisognerebbe sempre ricordare che è stata proprio una donna giapponese, la dama di corte dell’XI secolo Murasaki Shikibu, a inventare il genere del romanzo con il suo Genji Monogatari: in quanto donna e dama, ogni attività “rilevante” per la società le era interdetta, tranne quella letteraria, tranne la fiction, evidentemente considerata all’epoca in alcun modo rilevante.

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