La memoria del sapore

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«Mentre cercavo di consolarle raccontavo loro la città nelle pratiche del cibo» scrive Antonella Ottai, che in Il croccante e i pinoli (Sellerio, 2009), in guisa di un libro di ricette, ci recapita un memoriale famigliare e intimo, un’invenzione del quotidiano per sé, per la figlia, per gli amici che affollavano la sua sala da pranzo. Una ricetta dopo l’altra, Ottai ripercorre la storia della propria casa: mescolando pasta coi broccoli, soffritti, semolini e torta di mele, per non dimenticare il gusto ungherese del tokany, in questo libriccino si ritrovano i sughi profumati ma anche la ricerca dell’identità che passa attraverso i gusti riconoscibili e nostalgici dell’infanzia fino alle sperimentazioni dell’età adulta.

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Questa nuova Eva

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«Le persone possono essere navi negriere con le scarpe».

Zora Neal Hurston, Dust tracks on a road

La personalità di uno scrittore, dice Zadie Smith, è la sua maniera di stare al mondo: il suo stile di scrittura è la traccia inevitabile di quella maniera. È anche la reazione al sostrato culturale in cui è germinato, e prendendo per buono questo assunto, La felicità è come l’acqua di Chinelo Okparanta (Racconti Edizioni, traduzione di Federica Gavioli, 2019) è la risposta a una cultura, quella in cui è cresciuta, che ha insegnato e messo a punto il postulato che gli uomini sono più importanti delle donne.

Le donne lasciano il lavoro per «abbracciare appieno il ruolo di moglie», e dopotutto se hanno intenzione di mettere su famiglia al più presto, «chi si occuperebbe dei bambini?». La moglie si percepisce come un orpello della posizione maschile, gadget nemmeno troppo di lusso, ma necessario per acquisire un rango che si misura sulla famiglia e sulla genitorialità; «dobbiamo avere un figlio» prega Chibuzo accorato la moglie Ezinne nel racconto Wahala, «dobbiamo avere un figlio, o questo matrimonio non vale niente». La sterilità, comunque sempre imputata alla donna, è uno spazio vuoto in cui finire risucchiate senza possibilità di espiazione: non sarà la carriera, non sarà la soddisfazione personale, sentimentale o lavorativa a sopperire a questo vuoto agli occhi della comunità, «Che senso ha quel dottorato, se la tua vita è vuota – senza marito, né figli?». Questa condizione pressante è tramandata di madre in figlia, resistente alle spinte individuali in un ciclo di vergogna, colpa, speranza e autoflagellazione di stampo religioso, superstizioso e, non da ultimo, patriarcale.

La colpa e l’inadeguatezza muovono i personaggi femminili in due direzioni, la ricerca del riscatto e della libertà personale, oppure il soffocamento nel binario consolidato della consuetudine da non contestare. La colpa, inoltre, è radicata nella cultura cristiana, e arriva da molto lontano: «Creerei una nuova Eva da un insieme nuovo di ossa. Vi metterai dei nervi, sulle sue ossa aride, e su questi nervi della carne. […] Le infonderei il respiro e questa nuova Eva prenderebbe vita. […] E ancora una volta mangerebbe il frutto proibito. Ma non verrebbe bandita dal giardino, perché le sarebbe concessa la possibilità, solo una, di chiedere perdono. E sarebbe perdonata». Il primo atto mitico di ribellione all’autorità altera, vendicativa e maschile, non ha qui un tono di eroica autodeterminazione, ma di vergogna e ricerca del perdono. Sopravvivere alla colpa con questa visione del divino che permea l’esistenza è una lotta che le figure di Okparanta scelgono ogni giorno, perfino nella libertà di amare: l’amore tra donne è un abominio? La Bibbia non potrà dare queste risposte, perché i testi, seppur ispirati da Dio, sono scritti dagli uomini; perché a differenza di ciò che hanno creduto maghi e faraoni, o perfino i profeti, nulla di ciò che riguarda l’amore vuole essere una sfida a dio.

Ogni figlia nei racconti di Okparanta è una creatura imperfetta agli occhi di dio e a quelli della famiglia, quasi una ogbanje della superstizione igbo, uno spirito bambino che muore e rinasce ogni volta per torturare i genitori: e sotto molte forme i personaggi filiali tradiscono le aspettative famigliari, come Nneoma in Una storia, una storia!, la cui vita «si rifiutava di coincidere con le loro speranze». Le figlie della Nigeria qui disegnata sono costantemente in conflitto anche con loro stesse, e questo tormento che generano nei genitori in realtà logora il loro spirito più del resto. Le storie sugli ogbanje sono diventate celebri, in Occidente così come di nuovo in Nigeria, grazie a Chinua Achebe e al romanzo Le cose crollano (Things fall apart, 1958; in Italia per La Nave di Teseo, 2016), libro che Okparanta ritiene fondamentale per la sua formazione di scrittrice; tuttavia, mentre le cose che crollano per Achebe hanno una spinta esterna, per l’autrice nigeriana l’autosabotaggio è la pratica che mina alla base la costruzione di una società più equa, non solo per le donne ma per tutta la comunità queer africana. Nel 2007 un sondaggio mostra come il 97% della popolazione nigeriana consideri l’omosessualità un abominio, e l’anno seguente, una legge renderà il matrimonio fra persone dello stesso sesso punibile fino a dieci anni di carcere: «Di tanto in tanto, mamma mi ricorda ancora che in Nigeria quel genere di cose sono punite. E ha ragione, ovviamente. L’ho letto sui quotidiani e l’ho visto al telegiornale. Eppure a volte vorrei chiederle di spiegarmi cosa intende per “quel genere di cose”, come se fossero cose tremende da non meritare un nome, come se fossero impure da non poter essere definite “amore”». La scrittura di Okparanta ha la capacità di pennellare attraverso le sue storie lo scoramento dato da questa attitudine alla condanna che accomuna una così larga forbice di persone. Eppure il sentimento che scorre nei suoi scritti, sotterraneo eppure palpabile come in America, è la paura e non già l’odio. «Prima che l’Occidente decidesse che l’omosessualità fosse un peccato» dice Okparanta in una intervista a Ozy nel 2017, «io credo che nessuno in Africa, basandomi sulle mie ricerche, la ritenesse un peccato. La nostra cultura non è contraria al matrimonio tra donne. La mia stessa nonna era sposata con un’altra donna». La risposta a questa paura è l’esilio, i racconti come fiabe della diaspora verso l’America che ruba alla Nigeria le persone migliori, e non le restituisce più. L’America e la Nigeria prendono spazio come personaggi di carne all’interno dei racconti, con un processo di consapevolezza che scorre parallelo all’esperienza dei protagonisti, così come la una visione acquosa e offuscata degli Stati Uniti osservati dall’Africa guadagna solidità nella seconda parte del libro, ambientata in territorio americano. Le aspettative sono alte e cullate dalle proprie speranze: «L’America non assomigliava affatto alla Nigeria, dopotutto. Qui le strade erano cosparse di spazzatura e nessuno si preoccupava di ripulirle. Qui le perdite erano la normalità. In fin dei conti, eravamo africani. Che gliene fregava alla Shell? Qui le perdite si verificavano a cadenza settimanale. Ma un disastro simile in America? Sinceramente non riuscivo a immaginarmelo.» dice Nnenna, che spera nella carta verde per lasciare la Nigeria, per qualche tempo se non per sempre. Gli Stati Uniti sono un’astrazione, una specie di utopia, un luogo in cui cercare risposte con l’incrollabile certezza che vi si troverà quella giusta.

Chinelo Okparanta, nata in Nigeria nel 1981 e cresciuta a Port Harcourt in una famiglia di testimoni di Geova, si trasferisce con la famiglia in America all’inizio degli anni Novanta. La felicità è come l’acqua è il suo debutto nella forma del racconto. Si potrebbero scomporre i racconti di Okparanta, sfogliarli livello dopo livello andando oltre i dogmi, oltre gli stereotipi e i miti dell’epoca storica che viviamo; se lo facessimo, resteremmo con qualcosa che si approssima alla verità personale dell’autrice, nella misura in cui può essere restituita al lettore attraverso il linguaggio. La verità del racconto è dunque una questione di prospettiva, e non di autobiografia. La prospettiva cara a Chinelo è, per sua stessa ammissione, «tutto il mondo».

La migliore versione possibile di te stessa

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di Giorgia Sallusti

«Ho solo un ricordo sbiadito del periodo precedente alla mia “rinascita” come commessa del konbini. Sono nata e cresciuta in un quartiere di periferia, in una famiglia come tante, ricevendo una dose di affetto nella media. Eppure ero una ragazzina un po’ strana.» Murata Sayaka, giapponese classe 1979, intaglia e dipinge la vita della trentaseienne Furukura Keiko, single e commessa part-time di un konbini, un convenience store, rendendola visibile attraverso le 160 pagine di La ragazza del convenience store (Edizioni e/o) come se fosse una raccolta di ukiyoe (le stampe giapponesi da matrice di legno tipiche del periodo Edo) contemporanei e pieni di colore. Keiko è in cerca della normalità fin dall’infanzia, condizione che sembra appartenere a tutti gli esseri umani tranne che a lei; l’unico luogo in cui sente di poter funzionare al punto giusto come l’ingranaggio di un meccanismo ben oliato è il konbini. Il posto di lavoro infatti è un non-luogo, artificialmente creato e abitato da persone che sorridono e si muovono secondo rituali stabiliti dalle convenzioni dei rapporti commesso-cliente, «un acquario freddo e asettico dove tutto va avanti come un congegno perfetto» cullato dalla musica del konbini composta da formule di saluto, irasshaimase!, registratori di cassa e campanelli, clientela che abita temporaneamente le corsie sotto le luci al neon. 

Quindi così è la vita

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di Giorgia Sallusti

Selin è una matricola di Harvard di origine turca; la sua storia scorre nella narrazione determinista e naturale raccontata in prima persona tra coinquiline ciarliere, studenti di matematica e psicolinguistica e lezioni di lingua russa, il tutto mentre si interroga sulla natura delle relazioni tra coetanei. Il racconto di Selin è ben oltre una descrizione di eventi concatenati fra loro: è autodeterminazione attraverso il linguaggio, la descrizione di un’individualità mai disconnessa dalle rappresentazioni materiali del mondo, del resto «se non avessimo in testa una specie di storia con un suo svolgimento, come faremmo a sapere chi siamo quando ci svegliamo la mattina?».

Il morso della reclusa

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di Massimo Faggiano

Ci sono autrici, come autori, che leggerle ti fa sentire a casa. Ci sono
autrici come Fred Vargas di cui si attende quando esce il libro e quasi
religiosamente si va immediatamente in libreria per prenderlo. Così è
stato anche per “Il morso della reclusa”, uscito poco più di un mese fa.
La reclusa di cui parla Vargas non è una detenuta. O forse sì. Come
il Loxosceles reclusa il ragno protagonista della “seconda inchiesta”
perché in questo romanzo a differenza degli altri, non abbiamo un solo
caso su cui il commissario Adamsberg, l’icona maschile e protagonista
dei gialli della Vargas, sarà costretto ad indagare.

“- Non ci posso credere, – disse Danglard, – non ci voglio credere.
Torni fra noi, commissario. Ma in quali nebbie ha perso la vista, porca
miseria? – Nella nebbia ci vedo benissimo, – replicò Adamsberg in tono
un po’ secco, appoggiando i palmi sul tavolo. – Anzi, meglio che
altrove.”

Il frutto della conoscenza

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 di Massimo Faggiano

Da qualche settimana è in libreria un libro a fumetti piuttosto particolare, vendutissimo in Svezia (oltre 40 mila copie) come in altri paesi del nord Europa, è di Liv Strömquist e si intitola “Il frutto della conoscenza”.
L’autrice Liv Strömquist è una femminista svedese nonché fumettista che gioca con uno dei temi biblici per ripercorrere ironicamente la storia e il pregiudizio intorno all’organo sessuale femminile: la vagina. Secoli di patriarcato non solo hanno forgiato il pregiudizio su cui si muovono i rapporti tra uomini e donne ma soprattutto hanno condizionato la sessualità delle donne stesse.

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