Intervista a Zerocalcare

Interviste
  1. Come autore/autrice racconti dei mondi, produci nuove visioni della realtà. A volte racconti cose che vedi, altre volte cose che desideri. Nel farlo utilizzi, riproduci o costruisci strumenti per leggere e interpretare il mondo attorno a noi. Con quale consapevolezza ti poni davanti a questi mondi che crei e ri-crei? Ne sei responsabile?

 

Vuoi perché sono cresciuto in un ambiente in cui si è sempre data molta attenzione a come si racconta il mondo, vuoi perché purtroppo sono un control freak e voglio sempre avere il controllo del quadro complessivo e delle conseguenze di tutto ciò che faccio, ma in generale cerco di non lasciare nulla al caso, pure in maniera patologica semmai.

Dal momento che racconto perlopiù storie autobiografiche, o che derivano comunque dall’osservazione della realtà che mi circonda, a volte incontro vicende che, se raccontate in maniera “neutra” e superficiale, rischiano di diventare facilmente strumentalizzabili in quanto magari ricalcano certi stereotipi che cerco di combattere o si inserirebbero in una narrazione della società che considero dannosa e sbagliata. Penso a due casi specifici che mi sono capitati sul blog: il racconto di un litigio di coppia e una pessima esperienza in una notte al pronto soccorso. Si trattava di due episodi con un sacco di spunti divertenti che mi sarebbe piaciuto disegnare, ma poi mi sono immaginato le reazioni nei commenti sul blog, che ormai ho imparato a conoscere: nel primo caso sarebbero fioccati i commenti sessisti ed i luoghi comuni di genere, nel secondo le invettive contro i lavoratori della sanità “fannulloni” e poco efficienti.

Ora, per me l’opera è importante non tanto e non solo in sé, ma anche e soprattutto per gli effetti che produce sul mondo che ci sta intorno, che pure se non devono essere necessariamente benefici, almeno che non siano dannosi. Per questo magari in quel caso ho invertito sessi nella coppia, oppure saltato a pié pari il racconto del mio incontro con gli infermieri. O altre volte cerco di valorizzare certi aspetti a discapito di altri. Alle brutte, ci inserisco almeno un disclaimer che spiega il mio punto di vista. Questo dal punto di vista narrativo è un po’ una sconfitta sicuramente, perché un bravo autore dovrebbe cercare di far passare il proprio punto di vista attraverso l’opera stessa, non con delle pecette didascaliche, ma io non sono un autore così bravo o forse non me la sento abbastanza calla, così preferisco non correre rischi.

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Intervista a Rita Petruccioli

Interviste
  1. Come autrice racconti dei mondi, produci nuove visioni della realtà. A volte racconti cose che vedi, altre volte cose che desideri. Nel farlo utilizzi, riproduci o costruisci strumenti per leggere e interpretare il mondo attorno a noi. Con quale consapevolezza ti poni davanti a questi mondi che crei e ri-crei? Ne sei responsabile?

Nel raccontare storie anche solo per immagini, come è nel mio lavoro da illustratrice, c’è una grossa responsabilità.
La responsabilità sta nel fatto che un autore è fondamentalmente un filtro con la realtà. Che si occupi di fiction o di non fiction, tramite il suo operato di scrittura e immagini un autore mette in atto una sintesi sulla realtà e la restituisce al lettore sotto forma di opera.
Questa sintesi viene operata ogni volta che si racconta una storia, anche a parole tra amici, ma è l’ esserne consapevoli o meno quello che cambia tutto.
Per quanto mi riguarda questa consapevolezza non è qualcosa di innato, è cresciuta insieme al mio lavoro e continuerà inevitabilmente a farlo.
Raccontare delle storie porta per forza di cose a porsi delle domande su se stessi e sulla realtà e se per me come per molti altri colleghi e colleghe l’intento iniziale poteva essere esclusivamente quello di “esternare il proprio universo interiore e il proprio immaginario” il rapporto con il pubblico modifica questo intento. C’è stato un momento ben preciso in cui mi sono resa conto che quello che raccontavo aveva un effetto, un’influenza sulla realtà e che non era possibile ignorarlo. Essendo il mio lavoro principale quello di illustratrice per l’infanzia questa responsabilità la sento in maniera ancora più forte.
La consapevolezza dell’effetto sul mondo per me non è un limite ma un’amplificazione del mio immaginario come autrice. Confrontarsi in modo consapevole con la realtà, porta all’acquisizione di nuovi punti di vista, di nuove possibilità che altrimenti non sarebbero possibili.

Intervista a Giacomo Bevilacqua

Interviste
  1. Come autore racconti dei mondi, produci nuove visioni della realtà. A volte racconti cose che vedi, altre volte cose che desideri. Nel farlo utilizzi, riproduci o costruisci strumenti per leggere e interpretare il mondo attorno a noi. Con quale consapevolezza ti poni davanti a questi mondi che crei e ri-crei? Ne sei responsabile?

 

In un certo qual modo sì. Tutto ciò che ho creato, l’ho fatto sempre con in testa la consapevolezza che il fumetto fosse un media che non aveva nulla da invidiare a tutti gli altri e che qualsiasi tipo di narrazione o di messaggio al suo interno potesse essere trasmesso con la stessa forza di un film, un libro, o una canzone. Il primo senso vero di responsabilità mi è arrivato molti anni fa, era da poco uscito il primo libro di strisce di A Panda piace e io ero in giro a firmarlo. Un signore mi venne a ringraziare dicendomi di essersi da poco separato dalla moglie e che faticava a trovare un contatto con le due figlie piccole. Mi ringraziò perché le strisce di A panda piace erano un primo ponte fortuito che era riuscito a costruire comprando per caso il libro, e che le due bambine volevano passare ore con lui per leggerlo e rileggerlo. È un aneddoto che racconto spesso, e per me è stata un’esperienza molto importante perché è stata la prima vera testimonianza che qualcosa creato da me poteva avere un impatto nella vita di qualcuno, pure se erano delle strisce sceme di un Panda.

Sono stato fortunato perché ho avuto questo tipo di impatto molto presto in quella che poi sarebbe diventata la mia carriera da autore, quindi ho cercato di tarare tutto ciò che è venuto dopo tenendo a mente questa consapevolezza. Poi è chiaro, qualcuno dirà “vabbe’ ma sono solo fumetti”, ma si tende sempre a sottolineare poco quanto impatto positivo alcuni fumetti possano avere, perché noi per primi non ne abbiamo molta consapevolezza.