B. Battaglia, Alien. Nascita di un nuovo immaginario, Armillaria, Roma 2019

Recensioni

di Federica Castelli

Alien fa parte del nostro immaginario collettivo. E questo è un fatto. Certo, ognuno vive quell’immaginario secondo diversi posizionamenti e sfumature, e la stessa cosa vale per la serie di film Alien. Essere coetanei di Boris Battaglia, o essere arrivate pochissimo dopo (come me), ereditando così un immaginario già ricco, significato e rielaborato, o essere arrivate dopo il  il 2000, con un immaginario già sedimentato e ascritto al mito, dove Alien, come uno dei ninnoli dei tuoi genitori su uno scaffale, è un intoccabile oggetto di valore su un piedistallo – e tu sai che è lì, che non si tocca, a volte lo contempli, a volte lo ignori, mentre fai i conti con altre storie, magari meno belle ma che senti più vicine – fa una bella differenza. Eppure, ci siamo tutti dentro con tutte le scarpe. L’immagine del povero John Hurt che urla mentre il suo ventre viene stracciato da un “cucciolo” di xenomorfo, il respiro dell’alieno sul volto di Ellen Ripley, lo sguardo potentissimo di Ripley che guarda la regina xenomorfa diretta “negli occhi”… Alien per tutti noi è questo: un misto di terrore puro e contemporaneamente un blando senso di sicurezza, la sicurezza che dà il ritrovarsi in un immaginario condiviso, in cui ognuno – o quasi – ha provato lo stesso orrore e tensione negli stessi momenti.

In fondo, come in un atto mitopoietico, Alien è l’inquietudine che si fa condivisa e crea identità collettiva. Su questa consapevolezza si innesta il volume, piccolo e potente, di Battaglia. Una resa dei conti con il proprio immaginario, come egli stesso dichiara all’inizio della sua introduzione.

Non è facile confrontarsi con tale portata in un corpo a corpo letterario, come fa l’autore. Perché non si tratta di scrivere e ragionare semplicemente di un film, cercando spunti ed elementi di riflessione: si tratta di toccare un pezzo di quella identità collettiva, trasversale e a suo modo globale, che plasma gli immaginari di moltissimi lettori e lettrici, e adulti appassionati del genere. Si sa poi che gli appassionati del genere sono anche particolarmente tenaci nel conservare sul piedistallo i loro idoli, a guardarli sempre dalla stessa prospettiva, a non metterli in discussione mai (vi ricordate la violenza delle reazioni successive a Star Wars. Il risveglio della forza?). Non è dunque da tutti mettersi, anche da appassionato, come Battaglia, a pensare – in modo arguto e provocatorio – a cos’altro si potrebbe dire oltre al canone, al già detto, oltre alla lettura ufficiale fornita dal mondo geek. Un gesto che sembra quasi suicida, un mix di coraggio e incoscienza: come gli eroi e le eroine delle storie che ci appassionano.

 

E nel farlo, Battaglia è blasfemo, irriverente, non risparmia nessuno. Arriva a definire Guerre Stellari«una favoletta cristologica imbevuta di moralismo» (p. 19), Lovecraft “noioso”, e molto altro. Il libro provoca, stimola, e gli esiti possono essere i più vari. Come nel caso del rovesciamento – appena a inizio libro – della lettura del rapporto tra Creonte e Antigone, letto in modo assolutamente inedito, ma non per questo – a mio avviso – corretto. La rilettura di Battaglia di Antigone si muove infatti da un posizionamento culturale ben preciso, ignorando ogni rilettura del mito da parte di un posizionamento sessuato non patriarcale. Eppure, gli studi femministi hanno lavorato moltissimo su Antigone, e in modo fecondo, tenendo conto dei quali è impossibile dare una lettura simile a quella di Battaglia, che invece prende le mosse a partire dalla lettura maschile tradizionale, che pure prova a scardinare. Antigone, infatti, non è solo una ribelle. Per Battaglia Antigone difende lo status quoingiusto contro l’equa e razionale creazione dello Stato. Arriva addirittura a dire che Antigone, per questo, è fascista. Il femminismo ci ha insegnato che esiste un’altra idea di politica, che va oltre la dimensione statuale, che deborda le sue istituzioni (e che non per questo è “ingiusta”), che si radica nelle pratiche, negli usi, e che cambia la società a partire dalle relazioni tra soggetti e non per mezzo dello strumento eteronomo delle leggi. Oltre a confondere politica, giustizia e Stato (accostamento che storicamente produce violenza e oppressione), Battaglia fraintende inoltre la legge “non scritta” a cui si richiama Antigone: non una legge trascendente gli affari umani (come invece è il nomos, che da essi si distacca e che ordina la contingenza dall’esterno), ma dimensione immanente agli usi e le pratiche condivise della società umana. Infine, l’equivalenza tra la legge superiore e la legge del mercato (che contrappone Antigone/Ash VS Creonte/Ripley) semplicemente non regge. Per Battaglia, Ash/Antigone incarna la legge superiore, la legge della compagnia, la Legge del mercato. Ma mentre un soggetto simile, – soggetto cyborg, “non-umano” – a Battaglia ricorda Antigone, a me ricorda Eichmann. Ash non si interroga, non giudica. Ash applica il protocollo, la logica della compagnia, che non mette in discussione. Il capitalismo, ci insegna Mark Fisher, trova forza proprio nella sua non messa in discussione, nella sua parvenza di normalità, di unica alternativa possibile. Per questo il suo accostamento ad Antigone, che invece in virtù del proprio giudizio mette in questione l’ordinamento che le arriva dall’esterno, non regge. E così, aggiungo, ci si perde anche la possibilità, sicuramente banale, ma sempre salutare, di una lettura di anti-capitalistica del film.

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Chiusa questa digressione, mi concentro sui nodi filosofici sollevati dal testo, che sono molti e declinati in maniera estremamente interessante e inedita. Muovendo dalla classica riflessione sull’alieno come altro-da-sé dell’umano, Battaglia rileva innanzi tutto come in Alienla visione dell’alieno sia sempre frammentata, decostruita, «resa attraverso una frammentazione strutturale dei sensi» (p. 32), pur coinvolgendoli tutti contemporaneamente. Questo perché in Alien l’orrore dell’alterità viene frammentato per renderlo parzialmente sostenibile da parte di chi guarda. Perché la partecipazione emotiva e cognitiva dello spettatore in Alien è totale: già dai titoli di testa chi guarda è pienamente immerso nella costruzione narrativa del film.

Attraversando il grande tema filosofico dello sguardo dello spettatore rispetto all’opera, Battaglia definisce Alien in modo ben specifico: non un film dipaura ma un film sulla paura (p. 66). Un film che ci racconta come si costruisce, di cosa è fatta la nostra paura, e che mette in scena la nostra innata paura del contatto con l’alterità (p. 90). Questo orrore primordiale è accresciuto dal fatto che l’umano non sa rappresentarsi in fondo altri che se stesso, non riesce a concepire davvero l’altro, l’alieno, se non come proiezione di sé – per negazione o complementarietà – fuori di sé. E su questo nodo, applicato ai rapporti tra sessi, un libro come Speculum di Luce Irigaray sa dirci davvero tantissimo.

L’alieno svolge dunque un ruolo importante nella costruzione della narrazione sociale, nella percezione della nostra identità non solo personale ma collettiva e politica. Ma, se l’alieno “in generale” rappresenta la nostra temibile alterità, lo xenomorfo rappresenta per noi qualcosa di ben più orribile: un’alterità che non è altri che noi stessi, noi al nostro peggio. Lo xenomorfo è una sintesi del peggio dell’umano (p.87), nonostante le fattezze non umanoidi che anzi lo avvicinano a un orrido insetto gigante. Tant’è che nella scena finale il nostro sguardo su Ripley e quello dello xenomorfo si sovrappongono (p. 127). Come l’umano, basa la sua sopravvivenza sullo sfruttamento, la violenza, lo stupro. Incarna dunque la paura più grande che abbiamo: la paura di ciò che realmente siamo in quanto umani. Lo xenomorfo «siamo noi con una forma diversa» (p. 88).

Di fronte a questo orrore si aprono spazi per spostamenti altrimenti impensabili, come quelli sugli stereotipi di genere e sulla sessualità umana. Il film, in questo senso, non è dirimente solo in virtù della figura di Ellen Ripley, vera e propria game changer,secondo Battaglia, dell’immaginario dell’epoca. Alien, tra le tante cose, è anche un film in cui il corpo maschile di John Hurt è stuprato e fecondato.

Nel film, la comparsa dell’alieno costringe l’equipaggio a spostarsi da una situazione apparentemente asessuata e asettica, in cui l’elemento della sessuazione e della riproduzione è rimosso, verso a una posizione sessuata, di consapevolezza della realtà sessuata dei corpi. E questo avviene contro le norme imposte dal binarismo di genere della cultura patriarcale. Battaglia sa che ogni esperienza è a suo modo sessuata (al di là della sua genderizzazione sociale). Nomina la differenza tra sesso e genere, così come il fatto che mentre il genere è una costruzione sociale contingente la sessuazione è elemento biologico dato che, una volta sovrascritto dalle norme di genere, orienta i vissuti in modo inaggirabile. Occorre sempre farci i conti, anche per smarcarsene, e divenire soggetti liberi e autodeterminati. Non esiste infatti possibilità del neutro. E anche se ci fosse, il neutro non è una possibilità auspicabile, poiché cancella i posizionamenti anziché fare spazio alle differenti declinazioni delle soggettività. Sarebbe però stato opportuno definire in modo più approfondito questa idea, che rimane nel libro solo come suggestione. Sull’idea di fluidità di genere, infatti, Battaglia corre veloce. Dà alcune cose per scontate e nel far questo si lascia dietro nodi irrisolti, dimentica di collocare correttamente le basi del suo discorso, di nominarne i debiti teorici, non fornendo così adeguati strumenti a chi legge e risultando in alcuni passaggi ambiguo o fraintendibile. Rispetto all’immensità di studi (ma soprattutto di pratiche) elaborati dai vari femminismi e movimenti queer, transfemminismi, Battaglia pecca un po’ di superficialità. Nonostante questo, coglie nel segno nel dire che fluidità di genere non coincide assolutamente con la proclamazione trionfalistica dell’indistinzione e della neutralità.

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Il libro è un turbinio di citazioni dell’immaginario che ha costruito l’esperienza di vita dell’autore, rideclinato in modo caleidoscopico e inarrestabile. Battaglia si rivolge direttamente a chi legge, con un fare confidenziale che a volte spiazza, e non fa tanti giri di parole. Una scrittura che fa quasi girare la testa, in un andirivieni di digressioni sfrenate. Oltre alle numerosissime citazioni filosofiche (che vanno da Lyotard, a Deleuze e Guattari, per dirne alcuni) è – come ci aspetterebbe – pieno di citazioni cinematografiche, musicali, pop. Il ritmo di queste citazioni travolge la lettura, un po’ come la scena di Ready Player One in cui tutte – o quasi tutte – le figure pop della nostra vita combattono sul pianeta Doom.

Un libro, in sé, dentro e contro il postmoderno. O meglio, un libro che non riduce il postmoderno solo a un tema filosofico-politico, incentrandosi sulla nostalgia culturale, ma lo trasforma efficacemente in una postura creativa. In cui la focalizzazione sull’immaginario degli anni Ottanta si fa decostruttiva e al contempo espressiva, giocando con un nuovo tipo di narrazioni, quelle venute dopo le “grandi narrazioni” del Moderno (come ci insegna Lyotard), nel momento in cui il capitalismo si è fatto motore del nostro immaginario contemporaneo.

Cadute le grandi narrazioni, ecco venire meno il futuro.

Ecco la nostalgia, ecco il postmoderno. In teoria.

E invece no, perché Ripley torna indietro. Torna indietro e salva il gatto Jones.

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