Tutti i colori del vetro

Favole

di  Paola del Zoppo

illustrazioni di  Luigi Cecchi


S’instrumenti avrò mai da te migliori,
atti a sculpire in così degna pietra,
in queste belle imagini disegno porre
ogni mia fatica, ogni mio ingegno.
(Orlando Furioso)

 

C’era una volta, in un paese lontano lontano, un re che aveva un figlio che stava sempre solo. Il giovane cresceva, ma non dimostrava interesse per niente che riguardasse le persone attorno a lui. Quando succedeva qualcosa di brutto, si rammaricava e cercava di aiutare i malcapitati, ma alla fine delle sue imprese eroiche tornava a casa dal padre, ormai vecchio, e dopo aver raccontato tutto si richiudeva nella sua stanza.

Proprio in quella stanza, però, si sentiva poi molto solo e non sapeva cosa fare. Cominciò a collezionare le cose più strane e preziose, e provava un po’ di gioia nel vedersi circondato da tanta bellezza.

L’unico motivo per cui usciva era il compimento di qualche azione valorosa, il salvataggio di una fanciulla indifesa o l’uccisione di un drago minaccioso, e di solito le due cose accadevano stranamente sempre insieme. Corrispondeva certo allo schema di qualche incantesimo. Il vecchio padre ormai non lo vedeva quasi più e sentiva fortemente la sua mancanza. Sapeva di essere prossimo a lasciare questo mondo e si rammaricava di dover lasciare da solo un figlio che non era capace di amare le persone intorno a lui.

Fece perciò chiamare il Gran Consiglio delle fate, ma per riunirlo passarono altri anni. Era sempre così, con quel Consiglio, sembrava che le fate fossero sempre indaffarate – magari proprio a piazzare draghi e fanciulle in giro per i principi bui e in cerca di bellezze ed eroismi. Insomma, il vecchio re era ormai in punto di morte quando la Grande Fata anziana si avvicinò al suo capezzale e gli sussurrò all’orecchio che la sua richiesta era stata analizzata dal Consiglio e che un re saggio come lui sapeva fino a che punto e in cosa le fate potessero essere utili. Il cuore del figlio del re era distratto, impaurito e preso da idee fisse, essere un eroe, trovare una bella fanciulla, sperare che i draghi non finissero mai perché re lui non voleva diventare, era la cosa che più lo spaventava. Non era saggio, certamente non ancora, ma il suo animo sensibile cercava un dialogo. Salvare fanciulle tutte uguali non lo stava aiutando a riconoscere sé stesso. Insomma, una situazione davvero complessa. – Saggio Re, so che lo sapevate già, altrimenti non ci avreste chiamato. Non so se è vostro desiderio che il principe ripercorra la vostra via, sapete anche di quanto dolore fu foriera la vostra unione, ma per voi noi fate siamo sempre disposte a correre dei rischi.

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Chiese dunque il permesso di fare un tentativo accorto e di mandare una giovane spia al castello per studiare le mosse del principe e provare a conoscerlo.

La mattina successiva alla visita della Grande Fata al castello giunse una giovane artista, vestita da semplice viandante.

Disse di essere un’esperta vetraia e di poter soffiare per il principe la sfera di vetro più grande e sottile che si fosse mai vista. Un’opera di grande arte, un tesoro inestimabile. Aveva molta fiducia nelle sue capacità e mostrò al re dei disegni colorati e molto attraenti. Vedendolo tentennare, aggiunse che per farla venire veramente bene, doveva conoscere a fondo il suo destinatario, e perciò parte del suo compenso sarebbe stata la vita al castello per tutto il periodo necessario al raccoglimento del materiale e alla realizzazione della sfera. Una parte di lavoro sarebbe stata svolta dal principe stesso.

L’offerta era effettivamente vantaggiosa, poiché tutti i cortigiani non solo tenevano alla felicità del principe, ma si rendevano anche conto che un oggetto di così accurata fattura rappresentava un tesoro che nessun feudo avrebbe dovuto lasciarsi sfuggire, un’opera che avrebbe reso il castello famoso in ogni dove, portando mercanti, ricchezze, fama.

La giovane venne presentata al principe, un po’ restio, a dir la verità. Ma quando udì la portata dell’impresa che la giovane era pronta a compiere e ne vide i disegni si disse senz’altro disposto a discutere con lei tutti i particolari necessari. Si scusò fin da subito per le sue numerose assenze, avvisò che i draghi non si placavano e lui si sentiva in dovere di salvare le fanciulle.

– Non stia a preoccuparsi, Maestà, l’importante è che ritorni per farmi finire il lavoro.

La vetraia era molto graziosa, ma per qualche ragione non voleva apparire troppo bella agli occhi del principe. Sapeva benissimo che non si era mai innamorato prima, e comunque di certo un cuore ancora così acerbo non avrebbe retto la vista di una fata, confondendosi del tutto.

Naturalmente, infatti, la giovane altri non era che l’inviata del Gran Consiglio, il cui compito era molto chiaro: tramite la discussione dei particolari per la realizzazione della sfera, riteneva di poter riuscire a comprendere il principe, o perlomeno di conoscerlo abbastanza da suggerire al Consiglio la strategia giusta da seguire per guarirlo dalla sua solitudine.

Non appena le fu mostrata la sua camera, si rivelò in tutto il suo mite splendore, tirò fuori il suo specchio magico, lo appese alla parete e chiamò la Grande Fata Anziana. Quest’ultima fu felice dell’iniziale successo dell’impresa, ma le disse di non chiamarla più perché avrebbe potuto destare sospetti se fosse stata colta sul fatto. Sapeva cosa doveva fare, e loro sapevano ciò che avrebbe fatto. Quando fosse necessario l’avrebbero chiamata loro. La piccola Fata, che, a proposito!, si chiamava Deen, sbuffò. Il Consiglio aveva sempre una marea di cose da fare in tutto il mondo conosciuto e non si sarebbe fatto sentire tanto spesso, e comunque non si capiva mai bene quello che intendeva quella benigna e saggia incantatrice con le sue frasi ad effetto.

Si cambiò ma non indossò gli abiti da viandante, bensì un lungo vestito color pesca che le fate le avevano preparato. Le piaceva abbastanza e secondo lei le donava, anche se meno di altri colori, e soprattutto era meno comodo dei suoi soliti abiti colorati. Poi uscì, chiedendo agli inservienti di mostrarle il suo laboratorio. Gli inservienti la portarono in una stanza un po’ buia ma dai soffitti molto alti, con tanto spazio e molti scaffali e tavoli di legno pieni di recipienti. Deen arricciò un po’ il naso. Le serviva più luce e mancava il materiale. Ci sarebbe voluto molto tempo, forse un anno o due.

Ordinò agli inservienti di buttare giù un bel pezzo di parete ma le fecero notare che, in un castello in cui le pareti sono spesse due metri, una decisione di questo tipo doveva essere presa dal re dopo aver consultato tutti gli architetti del feudo, e spesso non era possibile. Allora Deen ordinò di trasportare tutti i tavoli e i recipienti sul tetto del castello entro il giorno successivo. Ingiunse loro di non salire prima e di sistemare le cose nel laboratorio sulla spianata del tetto. Tra le occhiate stupite degli inservienti – non c’era alcun laboratorio, infatti, sulla spianata rialzata – ma il re aveva ordinato di eseguire sempre alla lettera gli ordini della ragazza – Deen si mosse verso una delle torri. Quando gli inservienti salirono il giorno dopo, trovarono una specie di enorme serra fatta con i vetri più elaborati e colorati. Era estremamente bella, ma soprattutto in effetti pareva funzionale. E lo era in vari modi: Deen aveva calcolato che più elaborati e belli fossero stati i disegni esterni, più sarebbe stato difficile capire cosa stesse succedendo all’interno. Inoltre, se fosse stato abbastanza bello, molto probabilmente la gente si sarebbe accontentata di guardare l’involucro senza preoccuparsi di ciò che c’era dietro.

E così fu. Le dame e i cavalieri salivano volentieri tutti i gradini delle torri per giungere a vedere il laboratorio della vetraia, e dopo i primi giorni smisero di insistere per visitare anche l’interno, soffermandosi su un nuovo effetto di luce del vetro sulla porta o su un’ombra che passava all’interno e si muoveva in maniera febbrile.

Piano piano, il laboratorio destò curiosità anche nel giovane e bellissimo principe, che aveva anche lui un nome, e si chiamava Refue. Il principe salì sul tetto e si attardò come tutti a guardare l’esterno, che gli piacque veramente tanto. Sarebbe anche rimasto lì, ma Deen – che, gli avevano detto, non usciva mai – si affacciò sulla porta e lo invitò ad entrare. Il principe la trovò un po’ sporca, a dir la verità. Il suo grazioso vestito color pesca, che metteva molto in risalto la carnagione diafana delle fate, era macchiato di nero e verde e i lunghi capelli erano tutti arruffati, anzi molto molto arruffati. Al principe piacque. C’è da dire che non aveva mai incontrato molte fanciulle oltre quelle salvate dai draghi, e questa, pettinata o no, era decisamente diversa.

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Non sapendo bene come essere gentile, le chiese se avrebbe accettato da lui un vestito nuovo e se poteva mettere al suo servizio una dama di compagnia che l’avrebbe pettinata e truccata come si conveniva a una signora che viveva in un castello, laboratorio o no. Deen rifiutò la dama, aveva altro cui pensare che ad aggiustarsi, doveva lavorare giorno e notte alla sua sfera, rispose. Ma vedendo che il principe si era subito risentito, accettò il vestito, a patto che lo scegliesse lui stesso, con una delle dame di corte. Dopo lo invitò a tornare quando desiderava per vedere i progressi della sfera di cristallo.

Alcuni giorni dopo il principe tornò con il vestito più bello che la fatina avesse mai visto. Non solo era lucido, cangiante, dei colori del cielo di notte e al crepuscolo, ma aveva una gonna diversa dal solito. Quando era sola nel laboratorio, poteva tirare dei nastri e renderla una specie di palloncino – un po’ ingombrante, certo – e camminare più liberamente. Con il vestito il principe le consegnò anche cinque paia di pantaloni allacciati di lato, di seta colorata, gialli, verdi, celesti, arancioni e grigi. Sembravano ritagliati sulla stessa forma dei pantaloni da viandante con cui la giovane era giunta a palazzo. Deen pensò che forse il blu stava bene alle fate più del color pesca, che le macchie di colore si notavano di meno e che, finalmente, non sentendosi più costretta in quell’abito, che chissà com’era venuto in mente alle fate che potesse essere adatto all’impresa!, avrebbe lavorato più in fretta. Sentì molta gratitudine e pensò che forse il cuore del principe cominciava ad aprirsi. Presto avrebbe capito che poteva essere un re. Con gioia riprese il lavoro.

Da allora il principe prese l’abitudine di andare a trovare Deen tutti i giorni, entrava senza più bussare. Nel contempo però cominciò ad avanzare sempre più pretese sulla sfera, doveva essere dei colori dell’arcobaleno e grande quanto l’intero laboratorio. A volte si faceva capriccioso, ma la giovane accettava, convinta che il principe sarebbe stato, poi, molto felice. Eppure, più complessa il principe voleva la sfera, più sarebbe durata la sua realizzazione. Disse che era disposto ad aspettare anche tanti anni e Deen, forse un po’ stuzzicata nella sua vanità e felice di poter mettere alla prova tutte le sue doti di fata, si mise al lavoro più alacremente di prima. Si diceva che più richieste avesse ascoltato e messo in pratica, più si sarebbe avvicinata al cuore del principe, più saggio sarebbe stato lui in seguito.

Un giorno il principe, entrando in silenzio, la trovò che provava a districarsi i lunghi capelli di fata davanti a un piccolo pezzo di vetro. Si intenerì, prese il pettine d’argento e cominciò a pettinare lui stesso la giovane Deen. Una fata non ha molte occasioni per farsi viziare e così Deen lo lasciò fare. Per quel pomeriggio fermò il lavoro e tornò in camera sua molto colpita dalla tenerezza che aveva sentito.

Il giorno dopo, repentinamente, diede al principe la chiave del laboratorio e gli disse che era quasi giunta alla fine e che anche lui doveva contribuire alla realizzazione del lavoro, voleva concludere entro la settimana.

Il giovane non sapeva dove mettere le mani. A volte entrava nel laboratorio e restava a guardare la sfera, improvvisamente quasi finita ormai, per ore, solo, senza sapere come poter essere d’aiuto a Deen. Lei nel laboratorio passava meno tempo, adesso. Ma, sì, voleva aiutarla e le chiese cosa doveva fare.

Deen rispose che, mentre lei dava gli ultimi ritocchi alla sfera, ormai alta più di tre metri e con tutti i colori del vetro, lui doveva seguire le sue istruzioni sulla puntellatura del laboratorio. Per far uscire la sfera, una parete intera di vetro colorato doveva essere rimossa, con molta probabilità sarebbe andata in pezzi ma non sarebbe stato quello il problema, il vero pericolo era il crollo.

Deen ritenne ora il principe in grado di provare amore e così gli suggerì di contattare la giovane Tangra, la fanciulla che dicevano la più dolce e gentile del feudo, per farsi aiutare a progettare la puntellatura. Il principe ubbidì e in pochissimi giorni sembrò innamorarsi finalmente della giovane Tangra, che non era poi tanto gentile, ma che importava, il principe sarebbe stato un buon re.

Allora Deen, in una notte sola, rifinì la sfera. Era il lavoro più bello, grande, raffinato e pieno d’amore che una fata avesse mai fatto. Al mattino, mentre il principe la stava pettinando, si rese conto che le sarebbe mancato molto, molto più di quanto fosse disposta a credere. Provò a contattare la Grande Fata, ma niente. Le fate non possono dichiarare il proprio attaccamento a un comune mortale, né possono mentire però. Quando il principe le chiese di essere rassicurato sui sentimenti che lui stesso credeva di provare e sulla sua futura amata, per un attimo le mancò la forza. Cambiando argomento riuscì a eludere la domanda, ma in cuor suo si rese conto che era già una menzogna e che avrebbe dovuto fare ammenda col Consiglio. Ma non poteva fare altrimenti, e ormai certa del suo attaccamento pericoloso, si disse che sarebbe andata come doveva e che a sfera finita il principe non avrebbe potuto non capire. La sfera avrebbe parlato per tutti.

Arrivò il grande giorno. Tutto il feudo si era riunito intorno al castello per vedere la sfera e il principe aveva invitato molte fanciulle e ovviamente coinvolto Tangra. Deen era molto felice e donò al principe un piccolo specchio, con cui, disse, lui avrebbe potuto chiamarla ogni volta che avesse avuto bisogno di lei. Ma tra sé e sé pensava e sperava di rimanere al castello, e perché no, di rifare tutte le vetrate e i portali. Era solo uno specchio di sicurezza, in caso la menzogna avesse portato altrove.

– È tutto pronto per il laboratorio? chiese.

Il principe annuì. Era tutto a posto. Avevano progettato di buttare giù la parete di vetro a nord così che, all’uscita, la sfera sarebbe stata illuminata dal sole che tramontava, mostrando tutti i colori di cui era composta.

Il principe si era scoperto anche bravo inventore e non doveva far altro che attivare un congegno da lui ideato per cui le altre tre pareti sarebbero rimaste integre in modo da poter recuperare almeno il vetro per lavori futuri ed evitare danni alle persone presenti.

Dall’interno del laboratorio, Deen avrebbe spinto la sfera fuori.

Al crepuscolo, la parete nord crollò in mille pezzi che sembravano tanti piccoli coriandoli di vetro illuminati dal sole. Fu uno spettacolo bellissimo. Pian piano cominciò ad uscire la sfera.

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Ma la giovane Tangra sembrava sconvolta. Disse di aver sentito il suono di un corno all’improvviso, era la guerra! Urlò, si girò e il principe, che non aveva sentito nulla, pensò che, data la sua grande sensibilità, fosse rimasta sconcertata dalla vista dell’opera. Ma la giovane affrettò il passo e disse che non voleva rimanere lì: – Oh quante sono le incantatrici, quanti incantatori tra di noi, che non si sanno! La superbia li spinge a ogni cosa!

Il principe incredulo ebbe un momento di esitazione, si voltò per cercare di capire cosa la spingeva a quella malizia e così, anche se di poco, ritardò ad attivare l’ultimo blocco per le pareti.

Appena la sfera fu del tutto fuori, bella quasi più del sole che la illuminava, il laboratorio crollò. E crollò con dentro Deen, seppellita da tanti piccoli e taglienti pezzetti di vetro di tutti colori dell’arcobaleno.

Le fate la ritrovarono e la guarirono, ma forse non riuscirono a trovare una scheggia che, si dicevano, doveva averle trafitto il cuore, perché restava pieno di tristezza e delusione. Una fata non può lavorare senza un cuore che funziona bene. Deen non vide più il principe, non scese per molto tempo sulla terra e piano piano dimenticò i colpevoli della sua sciagura. Poi guarì, e poco tempo dopo venne chiamata dal Consiglio per eseguire una scultura di legno che avrebbe dovuto guarire il re più saggio del mondo. Era un lavoro meno delicato ma molto più sicuro, e, nel suo genere, la scultura era la più bella che si fosse mai vista.

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