L’affaire Wonder Woman, come Hollywood sta raccontando il supereroismo femminile

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di Francesco Milo Cordeschi

 

Nell’ultimo CinemaCon di Las Vegas la Warner Bros. ha ufficializzato le prossime pellicole targate DC Entertainment, destinate a riorganizzare il filone cine-fumettistico della major. Tanto si è detto della nuovissima riedizione del Joker, con Joaquin Phoenix protagonista, da non tener conto di altri due interessanti progetti: Birds of Preye Wonder Woman 1984, seguito dedicato alla principessa amazzone con la cineasta Patty Jenkins ancora impegnata alla regia. Entrambi i lungometraggi si articoleranno su due imponenti protagonismi femminili, ognuno con delle caratteristiche ben distinte: da una parte Harley Queen, temibile super-villain di Gotham City dedita al crimine, mentre dall’altra la supereroina per eccellenza, Wonder Woman per l’appunto.

Sono trascorsi ormai due anni da quando la prima trasposizione su grande schermo dell’icona fece capolino nelle sale statunitensi, rilanciando uno dei più importanti fenomeni popolari della cultura anglosassone (nel 2017 venne addirittura inserito un breve estratto del film nell’Year in Search di Google, video celebrativo che annovera le ricerche più quotate dell’anno). Il tutto sullo sfondo di una Hollywood nel fervore degli sconvolgimenti dello scandalo Weinstein e del successivo movimento #MeToo. Fenomeni che indussero Hollywood, forse per la prima volta con un dinamismo così lampante, a riflettere sul femminile. Per ciò che concerne l’action movie, per esempio, si è rivolto uno sguardo del tutto inedito ai modelli di forza: come raccontare le eroine? è possibile adottare un criterio che sia “equo” e al contempo “centrato”? O meglio, può un personaggio rivolgersi a più pubblici, godendo di una propria autonomia antologica?

Abbastanza emblematica fu la polemica sollevata in occasione dell’uscita di Wonder Womane del successivo Justice League di Zack Snyder, giunto in sala pochi mesi dopo il lungometraggio della Jenkins. Al centro dell’inaspettato polverone mediatico, cui aderirono celebrità come Jessica Chastain, vi furono delle differenti scelte di costume optate per le guerrieri amazzoni: se nel primo film la costumista Lindy Hemming aveva ingegnato delle armature profondamente ammiccanti al mondo classico, munite di tradizionali corazze, scudi ed elmetti, nel secondo Michael Wilkinson sradicò il paradigma, proponendo un outfit più succinto: in molte sequenze i personaggi vennero infatti presentati a torso nudo. Il che non tardò ad essere ascritto come un subdolo tentativo di “sessualizzare” il corpo delle combattenti, a dispetto delle successive smentite e precisazioni. Su un suo editoriale di Forbes, Mark Hughes sottolineava come le direttive artistiche sotto accusa di Justice League fossero circoscritte a dei brevi segmenti. Le amazzoni palesavano il look scarno in un solo passaggio del film, un flashback dall’indefinita ambientazione arcaica, che avrebbe dovuto legittimare il vestiario rudimentale.

È indubbio che casi simili meritino tutt’oggi un’accurata riflessione. Viene nella fattispecie da interrogarsi su quanto la mancata presenza di un sistema “inclusivo”, capace di coinvolgere appieno esercenti o autrici donne nei generi cinematografici, abbia col tempo prodotto delle evidenti discrepanze e contraddizioni: da notare come il design delle amazzoni presenti in Justice League riprenda vagamente quello di Leonida in 300 (2007), pellicola a cui Wilkinson, da storico collaboratore di Snyder, aveva partecipato; quasi come a voler intendere una femminilità bellicosa come un semplice rimaneggiamento di criteri già usati per raffigurare il maschile. Al di là delle speculazioni che se ne possono desumere, e che sono tutt’ora al centro dei dibattiti più “glamour” della critica statunitense, siamo davvero così sicuri e sicure che sia un costume a determinare la forza di un’eroina?

wonder woman for president

L’attuale panorama immaginifico hollywoodiano ha assistito negli anni ad un’impressionante e graduale proliferazione di superdonne (tanto nel cinema quanto nelle arti visive nell’insieme). Un aspetto quest’ultimo che dovrebbe stimolare uno sguardo al fenomeno ben più complesso e differenziato: essendo ogni personaggio frutto di una storia e di un percorso individuale, sarebbe interessante porre i dovuti distingui tra i vari modelli di “eroismo” suggeriti. Il tutto nonostante l’irresistibile tentazione di generalizzare sulla base di una tendenza in continuo rinnovamento. Si rifletta al recentissimo rilancio filmico dell’esploratrice Lara Croft, impersonata dalla svedese Alicia Vikander, le cui sfaccettature vanno molto a discostarsi dai precedenti adattamenti di inizio 2000’. Nell’ultimo film trasudava, in effetti, la necessità di riscoprire un’icona sulla scia delle innovazioni apportate da Tomb Raider (2013) e Rise of Tomb Raider (2015), giochi che rilessero la storia del personaggio, sviscerandone le origini e la sfera psicologica. Nulla a che vedere coi suoi predecessori per console, in cui la componente squisitamente ludica andava spesso a discapito di uno storytelling più introspettivo. Ciò può spiegare l’allora scelta di casting, per lo più patinata, di una Angelina Jolie nel pieno del suo divismo più iconico. Un volto a suo modo perfetto nell’impersonare la fisicità “plastica” dell’avventuriera.

Il caso Wonder Woman può in tal senso offrire un’ulteriore prospettiva: l’eroina in questione è infatti la riprova di quanto sia la specificità della singola icona, la sua storia editoriale e biografica, a far la differenza nella valutazione di un determinato modello di forza. Settant’anni di fumetti, serie televisive e lungometraggi delineano infatti un profilo che, al netto dei vari (e inevitabili) stravolgimenti filologici, diverge dai più noti e recenti casi di eroismo al femminile (da Katniss nella saga Hunger Games all’ultimo Captain Marvel firmato dai Marvel Studios). Di questa «distanza» ne parlarono involontariamente Patty Jenkins e l’attrice Gal Gadot, non esitando a definire la loro Wonder Woman «un’eroina a tutto tondo, una donna che sa esprimere tante cose allo stesso tempo»: audacia, ribellione, sensibilità, decisione, insicurezza e via seguitando. Insomma, un personaggio frammentario, capace di alternare sprazzi di virilità verace e combattiva a condotte più “femminee”, dettate dall’inevitabile fattore emotivo. Queste istanze farebbero dell’amazzone, a parer degli autori, un perfetto emblema di eroismo e soprattutto di femminilità. Ironia vuole che il suo stesso creatore, lo psicologo William Moulton Marston, in quel lontano dicembre 1941, concepì l’eroina come un modello di forza altrettanto “frammentario”: una superdonna dalle incredibile virtù fisiche e morali. Da annoverare inoltre il contesto storico: a pochi giorni dall’attacco a Pearl Harbor, buona parte degli uomini si sarebbe vista costretta ad abbandonare la propria terra natia per combattere i nemici dell’Asse oltreoceano; alle donne spettò di preservare la stabilità economia e la produzione interna, prendendo attivamente parte alla manodopera e al lavoro in fabbrica. La copertina numero 7 del primo volume di Wonder Woman, dal significativo titolo Wonder Woman for President, presentava non a caso un personaggio dei fumetti negli inusuali panni di leader politico, preso ad incitare un manipolo di elettrici acclamanti. Evidente segnale del forte valore simbolico legato alle origini dell’eroina, più volte ripreso nei decenni, specie sulla scia dei femminismi di secondo Novecento: nel 1972 l’attivista liberale Gloria Steinem pensò addirittura di sfruttare il potenziale iconografico dell’amazzone, inserendola sulla copertina del primo numero del magazine Ms. Un gesto quest’ultimo che, da un lato, contribuì al “reboot” intermediale, spianando il terreno alla serie televisiva del 1975 con la top model Lynda Carter, e dall’altro accentuò lo spessore figurativo dell’icona, ergendola ad autentico mito popolare.

ms

Altro dato da tener conto sta chiaramente nella narrazione: il confronto tra tema e contro-tema, alla base del racconto mainstream, è la perfetta sintesi dei “rapporti di forza” cui spesso l’eroina si trova a misurare le proprie abilità. Una formula che per certi versi è rimasta ancora oggi invariata. Il tratto distintivo di Wonder Woman risiede infatti nella quasi sempiterna ambientazione bellica delle sue avventure. Lo stesso Wonder Woman 1984, che per titolo sembra ammiccare a riecheggi orwelliani, avrà per sfondo una delle fasi più incisive della guerra fredda. Il che sembra per ironia suggerirci che nel conflitto il personaggio trovi il senso del suo stesso eroismo.

L’evidente gap che separa la principessa amazzone dalla scuderie di eroine, che continuano tutt’oggi a figurare nelle programmazioni più in auge, dovrebbe fungere da esempio per comprendere come ogni caso vada a sintetizzare un modello di forza del tutto esclusivo. Ciò può richiedere dei metri di giudizio che, oltre alle semplici influenze politico-mediatiche che un apparato produttivo possa accogliere, tenga conto anche delle singole storie, i loro percorsi e stravolgimenti intermediali. Solo nella differenziazione può aver luogo un serio dibattito su un fenomeno in ascesa, dalle complessità ancora tutte da scoprire.

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