La principessa coi capelli a scodella: il mondo fantastico di Fantaghirò

Articoli

di Roberta Pasqua Mocerino

 

Fantaghirò persona bella

ha gli occhi neri e dolce la favella

oh mamma, mi pare una donzella!

È con questi tre versi in rima baciata che un attonito Principe Azzurro confessava alla Regina Madre i propri dubbi sul sesso di un certo efebico cavaliere nemico, gettando ombre “inquietanti” anche sulle proprie inclinazioni sessuali. È normale, direte: se siamo arrivati al punto in cui perfino Elsa di Frozen si ritrova invischiata nel pantano del gender!¹ Ebbene, in realtà il fatto è successo molto tempo fa, nell’epoca senza tempo delle fiabe popolari italiane raccolte da Italo Calvino. La fiaba – inserita tra quelle tipiche del Montale Pistoiese – è presto raccontata: c’era una volta un re impegnato in una lunghissima guerra (tanto lunga che si era scordato perfino il motivo per cui era scoppiata). Questo re aveva avuto la sfortuna di invecchiare senza generare un erede maschio, in grado cioè di continuare il conflitto dopo di lui. Le sue figlie – Assuntina, Carolina e la piccola Fantaghirò – erano, in quanto femmine, inadatte all’arte bellica. La prima e la mezzana, ben contente di non doversi occupare di “cose di maschi” si fanno i fatti loro, la terza invece rivela da subito uno spirito indipendente, guerresco e testardo, tanto da convincere il vecchio padre a farla travestire da cavaliere e a mandarla in battaglia. Da questo evento nascono le molte peripezie di Fantaghirò che, sempre rigorosamente travestita da uomo e giocando sull’ambiguità della sua identità sessuale, arriverà allo scontro finale col figlio del re nemico. Ora, nella nostra tradizione letteraria ce ne sono di donne che vanno alla guerra (Giovanna D’Arco, Clorinda, Camilla, Pentesilea…) e la fiaba si muove su molti dei topoi legati alle donne guerriere: c’è l’identità nascosta, c’è la fierezza, e soprattutto c’è l’intangibilità legata allo stato virginale dell’amazzone. 

Oh, questo è un fatto che interessante: sembra proprio che, nella nostra tradizione, le donne guerriere debbano per forza preservarsi dalla passione amorosa, quasi che l’intangibilità in amore e quella in guerra fossero legate da fili invisibili e misteriosi. Ovviamente, per preservarsi vergini e intatte, le eroine sono costrette a nascondere la loro vera identità, così i tre temi – quello della donna-guerriera, quello della verginità e quello dell’identità nascosta – si trovano fusi nella nostra tradizione. La controprova ce la fornisce, suo malgrado, la sventurata Pentesilea: la regina delle Amazzoni condannata dagli dei a indurre l’amore in chiunque incontrasse il suo sguardo e, pertanto, costretta a celare le sue sembianze per prevenire la lussuria degli uomini. Tuttavia, vinta sul campo di battaglia dall’imbattibile Achille e spogliata delle armi che ne celano l’identità di donna, diventerà preda dell’irrefrenabile passione necrofila del guerriero acheo. 

Fantaghirò è degna erede delle Amazzoni che l’hanno preceduta, tuttavia – come è giusto che sia  nelle fiabe – gli aspetti tragici e orrorosi delle storie delle sue antenate sono trasfigurati e vanno a ricomporsi in un finale che sarà lieto. Ce ne accorgiamo già dalla prima ammissione d’amore incondizionato del Principe, al quale viene il dubbio (o meglio: la speranza!) che il fiero nemico sia in realtà una donzella travestita, ma che tuttavia si sente ardere d’amore indipendentemente dal sesso dell’amato. Un rovesciamento del genere è possibile nell’ambito fantastico, ma deve concludersi con una ricomposizione dell’ordine costituito, e infatti la fiaba finisce – per fortuna di tutti, ma soprattutto del Principe –  con lo svelamento del sesso della giovanotta, che rende possibile un rassicurante matrimonio dopo il quale “vissero tutti felici e contenti”.

Adesso alcuni dei miei lettori (e delle lettrici, lo so!) staranno smaniando sulla sedia, chiedendosi: ma quella Fantaghirò? Proprio quella? Sì ragazzi/e: la fiaba raccolta da Calvino costituisce il canovaccio di una delle serie di film che più hanno influito sullo sviluppo della fantasia e sull’educazione sentimentale delle bambine degli anni ’90: le molte, numerose, tantissimissimissime (ma mai abbastanza!) puntate della saga di Fantaghirò. Quella che, quando appariva sullo schermo, mia madre – e sono sicura che non fosse l’unica – diceva: 

“Ah, guarda: ci sta un’altra volta Alessandra Martines coi capelli a funghetto. Ma che è già Natale?”

Sì, perché per noi Fantaghirò costituiva l’essenza stessa delle vacanze di Natale, e ci appostavamo lì, in religiosa attesa della prima inquadratura per premere REC sul videoregistratore, nel vano tentativo di fermare su nastro l’intangibile mistero del suo terribile magnetismo. Lo sa bene Netflix che nel Novembre del 2017, in questo difficile momento storico in cui tornano di moda gli anni ’90 e noi scopriamo di essere diventati ultra-trentenni, ha riproposto la saga completa. Boom! Io me lo sono rivisto tutto (e pure voi, non negate!). Certo, c’era una parte di me che diceva “Attenta a quello che fai, Roberta: tutto scorre, panta rhei, non puoi fermare il flusso dell’Essere con il tasto del telecomando: quelle sensazioni di puro piacere infantile non torneranno mai più, esse sono perdute come è perduta la tua infanzia!”, ma poi una parte ben nascosta di me si è levata urlando: “Kim Rossi Stuart tutto fracico che esce dal laghetto!” e ho cliccato “play”.

E l’ho rivisto con gli occhi dell’adulto.

Ok, lo ammetterò. Fantaghirò è terribile sotto ogni punto di vista: la regia è affettata, così come la recitazione, per non parlare di alcuni degli effetti speciali più imbarazzanti della storia del cinema mondiale. E non apriamo il discorso della Martines che doppia se stessa perché mi fa male solo il pensiero. Ci sono incongruenze nella trama, buchi e – soprattutto negli ultimi film – quelli che sembrano comportamenti contraddittori rispetto alla psicologia dei personaggi. Ma a noi piaceva, e ci piaceva tanto, tanto da sorbircela per ben 5 film da 200 minuti ciascuno (che fanno 1000 minuti, cioè 17 ore davanti alla TV) spalmati su 10 puntate, mandate in onda per nell’arco di 5 anni (dal ’91 al ’96) e riproposti innumerevoli volte, ad ogni Natale. In saecula saeculorum. Amen.

Ecco, cari ragazzi della Generazione Z che ora vi mettete i chocker e i pantaloni a vita alta pensando di aver inventato chissacché, io vi vorrei spiegare come è stato possibile. Perché la generazione che vi ha preceduto ha passato la sua infanzia a riascoltare ogni Natale (e qualche volta anche a Pasqua, perché io avevo le videocassette e facevo il ripasso) un’orrida epopea che le era già nota?

Allora: intanto non c’erano internet e lo smartphone e quindi avevamo un sacco di tempo libero che altrimenti avremmo speso al telefono (fisso!) provocando l’ira funesta dei nostri genitori, oppure colorando le pagine del diario, che tuttavia erano un numero limitato. Impossibilitati dunque a compiere ad libitum queste due attività tipiche della nostra età, dovevamo rivolgerci alla bambinaia più criticata della storia del ventennio berlusconiano: la TV. Ora non sto a dirvi quanta roba di pessimo gusto abbiamo guardato. Noi storciamo il naso davanti a Peppa Pig, ma sappiate che è tipico dei vecchi notare la pagliuzza nell’occhio del giovanotto senza badare alla cataratta nel proprio. Fatto sta che, nel nostro scrigno degli orrori c’era lei: la principessa coi capelli a scodella.

Mi permetterò di sostenere, tuttavia, che nel panorama televisivo italiano lei era diversa. Intanto, e vorrei dirlo subito (anche a costo di spezzare l’ordine cronologico), Fantaghirò possedeva un cavallo parlante e una pietra tornaindietro, cioè due cose che ogni bambino o bambina di ogni epoca, per sua natura, desidera. Ma soprattutto, pur con tutti i suoi difetti, la protagonista era lei: era lei a fare la guerra, era lei a girare per i campi e nei boschi intorno al castello incontrando improbabili aiutanti magici ripresi dalla tradizione dei pupi siciliani che solevano trasformarsi ora in fate madrine ora in pavide oche, era lei a scontrarsi con pericolosi ed esilaranti nemici ed era lei a batterli in duello, ma più spesso in astuzia. In particolare: era lei a dover salvare il bel Romualdo [Kim Rossi Stuart in cotta di maglia, ndr], che si cacciava in situazioni francamente imbarazzanti per ogni Principe Azzurro che si rispetti. Tipo quella volta che diventa di pietra e bisogna risvegliarlo con un bacio. Per farla breve, Fantaghirò e il suo amato erano una coppia ben strana: lui faceva le cose “da femmina” e lei faceva le cose “da maschio”. 

Fantaghirò-interpretata-da-Alessandra-Martines

Fantaghirò è stata il modello femminile in cui le bambine della mia generazione potevano riconoscere la loro parte ribelle  e in cui, identificandosi, potevano sbrigliare la  fantasia e immaginarsi protagoniste attive di una saga tutta loro. 

“Come Lady Oscar?” No, non proprio. Intanto perché Lady Oscar è un prodotto d’importazione giapponese che oltretutto, in Italia, ha subito una notevole censura. Ma soprattutto perché Fantaghirò, a differenza di Lady Oscar, vive tranquillamente la sua vocazione bellica: non ha dubbi sul suo orientamento sessuale, semplicemente si stufa di stare a casa come quelle babbione delle sorelle e allora esce, fa come le pare, non ascolta il padre, non gliene frega niente e alla fine c’ha pure ragione lei. Fantaghirò è un soggetto attivo, è il motore della sua storia. Fa le cose da maschio ma le piacciono i ragazzi, dimostrando che non serve essere tutte “gnegnè” per avere una vita sentimentale soddisfacente.

Il suo segreto però non finisce qui (anche perché, in fondo, questo aspetto era già presente nella fiaba tradizionale). Fantaghirò non è stata semplicemente il nostro alter-ego fantastico: lei è cresciuta insieme a noi. L’abbiamo vista uscire dal castello (e dai suoi panni femminili) nel primo film, testarda e ribelle, ma non si è fermata col “vissero tutti felici e contenti”: forse a causa di esigenze di produzione, anche dopo il matrimonio la giovane regina ne ha dovute passare di tutti i colori e, soprattutto, si è cimentata in altre esperienze amorose. Altre rispetto al suo Romualdo.

Cioè, ragazze: ci hanno messo di fronte un modello che, in barba al padre dispotico e autoritario e al fidanzato preoccupato per la sua incolumità, non solo faceva quel che le pareva ma che – nonostante il grande e imperituro amore che la legava a Romualdo – non disdegnava di baciare il  Mago Cattivo. Lo ridico, perché forse non avete capito la portata rivoluzionaria del gesto: baciare il Mago Cattivo! (oh, per noi nei ’90 era tanta roba) Sì, il bacio era dettato da un’esigenza della trama, lei non smette di amare l’altro e bla bla bla… vallo a spiegà a quel poraccio che giace secco come uno stoccafisso, mentre la donzella cavalca per i boschi insieme allo stregone più sexy del reame. Perché il Tarabas è sexy, e i poster di lui a torso nudo appesi nelle nostre stanzette ne sono la prova più lampante.

Ecco, focalizziamoci su questo aspetto: in Fantaghirò noi bambine e preadolescenti abbiamo visto un sacco di figoni. Beh? Che pensavate, genitori? Che fossimo asessuate? Sappiate che avete fornito alla nostra fervida fantasia ben due stereotipi su cui modellare la nostra comprensione dell’altro sesso: il bravo ragazzo (Romualdo, cioè il nostrano Kim Rossi Stuart) e il bel tenebroso che va riscattato con la forza dell’amore (Tarabas, un Nicholas Rogers importato dal continente australe). Ce ne sarebbe un altro, quello che nasconde i suoi problemi dietro una chiassosa simpatia e che va aiutato con dolcezza (che si chiama Aries ed è interpretato da un insospettabile Luca Venantini) ma tanto non se lo ricorda mai nessuno e non ha mai avuto troppe fan, anzi c’è un acceso dibattito sul ruolo che il suo personaggio ha assunto nella storia, ma non ne parlerò perché mi sono ripromessa di non entrare nella diatriba. Ad ogni modo: tutti e tre mori, capelloni, con gli occhi chiari, e stranamente inclini a lanciarsi o venir lanciati in laghi, fiumi e pozze d’acqua, consentendo ai nostri increduli occhi di ragazze prepuberi di sbirciare oltre i grezzi camicioni di lino che – a mo’ di ellenici panneggi bagnati – aderivano ai loro corpi scultorei.

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Certo, dopo i primi film lo smalto iniziale si è perso: la bambina ribelle sfuma sempre di più in una noiosa paladina del Bene-Ad-Ogni-Costo, che sospira a ogni piè sospinto “Romualdo, Amore mio!” (salvo distrarsi appena un bel ragazzo riemerge da qualche fiume a caso) e che fonda le sue azioni sulla fede incrollabile nel principio secondo cui “l’Amore vince tutto”. Un po’ deludente per una che aveva iniziato la sua carriera fracassando le bambole delle sorelle con la fionda, in pieno stile Bart Simpson. 

Ma anche qui gli sceneggiatori hanno saputo bilanciare gli ingredienti della loro opera: proprio mentre l’eroina scivolava rovinosamente verso il melenso, sorgeva l’astro della sua arcinemica: La Strega Nera, cioè Brigitte Nielsen infilata in un discutibile abito medieval-goth che lasciava scoperto tutto quello che c’era da scoprire affinché i nostri padri ci lasciassero guardare senza cambiare canale (cioè un prosperoso seno teutonico e un notevole stacco di coscia). 

La Strega Nera è un’antieroina meravigliosa: “sgradevole… isterica, volubile, collerica… assolutamente insopportabile” [parole sue]. È una vera strega: cattiva per il puro gusto di esserlo, è malvagia almeno tanto quanto Fantaghirò è buona. Oltretutto rappresenta l’unica scappatella che  Romualdo si concede (sebbene sotto l’effetto di un incantesimo). Eppure non riesce ad essere un personaggio negativo. Anzi: dopo Fantaghirò 2 (di cui è, a tutti gli effetti, la villaine) ci risulta parecchio simpatica.  E questo è possibile perché la Strega Nera rappresenta lo specchio deformante in cui si riflette l’abbacinante perfezione morale dell’eroina, restituendocene un’immagine comica. Perché va bene che Fantaghirò è una donna atipica – che cavalca, combatte e si taglia i capelli a colpi di spada –  ma tutte le sue stravaganze sono bilanciate dall’orizzonte etico in cui si posiziona: una noiosissima, ma rassicurante, morale buonista e bacchettona. Quando parla la Strega Nera invece, come quando esce La Matta nei Tarocchi, il mondo è al contrario e possiamo urlare tranquillamente in faccia alla nostra amata eroina che non è nient’altro che una “piccola intrigante”, una “sciocca smorfiosa”. 

Ho il sospetto che Fantaghirò 4 sia stato possibile proprio grazie allo spostamento della Strega Nera verso il piano comico e al conseguente riposizionamento dell’eroina stessa, intenta a far la spola dal piano tragico a quello comico, con effetti tanto esilaranti da far passare in secondo piano i buchi nella trama. Infatti Fantaghirò 5, in cui la Strega ha un ruolo marginale, non ha mai riscosso molto successo; e questo nonostante la presenza del cattivo più perverso e spaventoso di tutta la nostra infanzia: il Senzanome. Una specie di Pinocchio-horror: l’orco-pirata di legno che si nutre di bambini per diventare umano e che ha la fortuna di essere interpretato da un Remo Girone talmente bravo che, se ci penso, ancora adesso mi corre un brivido freddo lungo la spina dorsale. Tuttavia col 5 ci si era allontanati troppo dagli equilibri iniziali: si sono giocati perfino la carta dell’universo parallelo, il che dimostra che stavano proprio alla frutta (letteralmente, se consideriamo che i cattivi erano dei mascheroni arcimboldiani antropofaghi). E poi c’è la questione di Aries, ma lì – l’ho già detto – non voglio entrarci: non si riapre una ferita così profonda e, in fondo, quel finale così discutibile era l’estremo tentativo degli sceneggiatori di lasciare la strada aperta ad una possibile Fantaghirò 6, che però non venne mai. Era impossibile: già da tre anni Kim Rossi Stuart si rifiutava di rientrare nei panni del bel Romualdo (e ce ne siamo accorti con la fine del 3, in cui gli addetti al montaggio hanno dovuto fare i salti mortali per confezionare una scena finale con i pezzi dei film precedenti), Tarabas [Nicholas Rogers] stava girando un altro film in costume in cui faceva il pirata (sì, ci ricordiamo anche quello!), ma più d’ogni altra cosa si era giunti alla fine di un’epoca: l’universo fantastico di Fantaghirò stava collassando e non l’avrebbero salvata le espansioni in piani di realtà alternativi.

Ma il tempo, nelle fiabe, non segue nessun corso: è fermo nel momento eterno del “c’era una volta…” e in noi bambine dei ’90 è rimasto tutto intero un mondo immaginario, fatto di improbabili intersezioni tra brandelli di letteratura colta e popolare rielaborati in salsa pop, una serie di personaggi in cui specchiarci e con cui misurarci, e almeno due amori preadolescenziali impossibili, accompagnati dalla speranza che, come ci ha insegnato il Cavaliere Bianco:

“Sono impossibili le cose non intraprese! Mira al sole e tira!”

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• illustrazione di Rita Petruccioli tratta dal progetto  “Fanzaghirò”


[1] Per chi si fosse perso l’avvincente polemica sulle inclinazioni sessuali della principessa delle nevi, ne faccio un breve riassunto: già all’uscita di Frozen, nel 2013, si era molto discusso sul personaggio di Elsa e sulle sue presunte inclinazioni omosessuali, che – secondo alcuni – sarebbero evidenti nella canzone “Let it go”, vero e proprio inno al coming out. La questione è stata ripresa più volte sia dalle associazioni LGBT, che ritengono fondamentale fornire ai bambini e ai ragazzi dei modelli con cui identificarsi, sia da quelle anti-gender, che invece paventano quest’ipotesi, ritenendola fonte di corruzione dei giovani. La polemica si è riaccesa con l’imminente uscita del sequel del primo film, in uscita nel novembre del 2019, per cui molti fan hanno proposto, tramite l’hashtag #GiveElsaAGirlfriend, un finale dichiaratamente omosessuale.

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