Fuori luogo. Fantascienza e femminismo

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Ovvero: perché, come femminista, ho bisogno di fantascienza ogni santo giorno.

di Federica Castelli

Durante il mese di ottobre (ed esattamente il 12, 19 e 26, qui il programma) all’interno della Casa delle donne Lucha y Siesta, prenderanno vita i nostri immaginari. Popoleremo l’aria di futuro e di donne straordinarie. Abbiamo infatti pensato e organizzato – in un incontro tra Biblys, la biblioteca di Lucha, e la rivista femminista DWF, di cui faccio parte – una rassegna su femminismi e fantascienza.

Detto in breve, 3 incontri, gratuiti e aperti, per approfondire e discutere insieme a partire da una prospettiva femminista e attraverso lo sguardo di grandi scrittrici di fantascienza, alcune tematiche di stringente attualità: dal corpo al potere, dalla maternità all’ambiente, dalla realtà agli universi infiniti.

Ora, la domanda più scomoda – e più salutare – del mondo è lì, come sempre, davanti a me:

Perché?

E soprattutto, perché così tanto entusiasmo?

Nel pensare questa rassegna siamo tutte partite da questa domanda, cercando di capire perché la fantascienza rappresenti per noi un nodo così importante, nel nostro quotidiano, e chiedendoci se possa rappresentare uno spazio di immaginazione per le nostre pratiche politiche, contribuendo in qualche modo alla nostra lotta per un presente migliore per tutte, tutti, tutt*.

La risposta è: assolutamente, sì.

Innanzitutto, la fantascienza ci permette di riguadagnare nel quotidiano quella prospettiva del futuro che le condizioni attuali – delle forme politiche, del contesto economico, delle forme del lavoro (assente o precario) – sembrano soffocare. I ritmi del nostro quotidiano, scanditi da un incessante susseguirsi di momenti diversi, scollegati tra loro, frenetici, ci mettono costantemente nella condizione di impossibilità di immaginazione di un cambiamento radicale.

E immaginare, sperare, è rivoluzionario. È ciò che fonda la politica così come i femminismi ce l’hanno insegnata: uno spazio condiviso di relazione, dialogo, pratiche, cambiamento.

Nel numero di DWF dedicato alle eroine della fantascienza (Dalla parte delle eroine. Istruzioni per l’uso, 2016) avevamo individuato come guardare alle donne della fantascienza possa costituirsi come un atto fondativo di nuove genealogie femminili, che partendo da una soggettività autodeterminata costruiscono reti tra donne, con cui sostenersi reciprocamente e non soltanto riconoscersi, «con cui dare e darsi forza nella lotta contro gli imperi e nelle battaglie quotidiane, dove la sorellanza diventa reciproca responsabilità e l’alleanza si fa politica».

Se è vero che l’eroismo va a nozze con una società neoliberale individualista – che continua a ripetermi che devo assolutamente essere imprenditrice di me stessa, pronta a tutto, superflessibile, ultraperformativa, qui e contemporaneamente in mille altri luoghi – queste nuove figure eroiche ci danno ossigeno, spostando il significato stesso dell’agire eroico sulla relazione tra donne e sulle alleanze, tra generi, specie, mondi diversi.

Inoltre, raccontare le donne della fantascienza implica un serio lavoro sugli stereotipi, che ridefinisce le possibilità di immaginari inediti. Oggi, su molteplici piani, dalla narrativa ai film, dai videogiochi alle serie tv, si stanno fondando quelli che saranno i riferimenti del futuro. Chiunque lavori all’apertura di spazi liberati nell’immaginario, contribuisce ad aprire varchi di libertà concreta e quotidiana nelle vite che verranno. Questo tentativo di liberare i sogni e i desideri dei futuri adulti senza costrizioni e costruzioni sociali, lasciandoli liberi di comporre la propria identità, rappresenta un gesto politico e di civiltà che rende l’approccio pedagogico strumento potentissimo di prevenzione della violenza di genere e delle discriminazioni.

Sta succedendo qualcosa rispetto al nostro immaginario presente, che ci appare sempre più compresso e a tratti oscuro. Le nuove politiche autoritarie, sessiste e razziste, ci mettono davanti un mondo non rassicurante. Che non ci piace. Diventa allora fondamentale ribadire la possibilità di fondare immaginari nuovi, dare vita a nuovi mondi, in una mitopoiesi libera che ci permetta di costruire nuovi percorsi e alleanze.

Nella fantascienza possiamo trovare nuovi immaginari, nuove pratiche, nuove forme di sorellanza e alleanza. La fantascienza ci permette di prefigurare nuovi orizzonti e aprire spazi di interrogazione sul presente. Non si tratta di una fuga da un presente che ci opprime, né di un suo semplice rovesciamento; crediamo infatti che le utopie, così come le distopie, sul futuro rappresentino un ottimo strumento di focalizzazione sul presente.

A cosa serve dunque questo pensiero dell’altrove?

A fondare molteplici presenti alternativi.

A mettere a fuoco cosa nel presente rende impossibile il nostro desiderio di libertà, rendendoci lucide dei processi.

In questo senso, non è una fuga dal presente, ma un atto di responsabilità, verso noi stesse e verso chi ci sarà.

Come ha detto, molto meglio di me, Simonetta Spinelli, su un DWF di qualche anno fa (Aliene Quotidiane, 1991, n. 13/14):

«Le scrittrici di fantascienza che hanno attraversato, personalmente o storicamente il femminismo […] mi sembrano assumere la funzione essenziale di ‘cantastorie’. Circolando in un pubblico di massa, sono portatrici di un racconto che è singolare e collettivo, e che ha la possibilità – proprio perché della narrazione popolare ha la suggestione, il ritmo, l’apertura tematica, l’aggancio con il quotidiano – di trasmettere assonanze, visioni, linguaggio, di delineare ipotesi che non appartengono, almeno esplicitamente, alla speculazione filosofica o all’azione politica. Cantastorie in un mondo dove la tradizione orale si è perduta, utilizzano l’ironia, raccontano il ‘mondo possibile’ riscoprendo e descrivendo i mondi possibili dell’immaginario delle donne»

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