Il morso della reclusa

Recensioni

di Massimo Faggiano

Ci sono autrici, come autori, che leggerle ti fa sentire a casa. Ci sono
autrici come Fred Vargas di cui si attende quando esce il libro e quasi
religiosamente si va immediatamente in libreria per prenderlo. Così è
stato anche per “Il morso della reclusa”, uscito poco più di un mese fa.
La reclusa di cui parla Vargas non è una detenuta. O forse sì. Come
il Loxosceles reclusa il ragno protagonista della “seconda inchiesta”
perché in questo romanzo a differenza degli altri, non abbiamo un solo
caso su cui il commissario Adamsberg, l’icona maschile e protagonista
dei gialli della Vargas, sarà costretto ad indagare.

“- Non ci posso credere, – disse Danglard, – non ci voglio credere.
Torni fra noi, commissario. Ma in quali nebbie ha perso la vista, porca
miseria? – Nella nebbia ci vedo benissimo, – replicò Adamsberg in tono
un po’ secco, appoggiando i palmi sul tavolo. – Anzi, meglio che
altrove.”

Eh sì perché questa volta le nebbie di Jean-Baptiste Adamsberg sono
molto più fitte del solito. Perché questa volta non ha neanche il suo
fedele Danglard al suo fianco, sorprendentemente impaurito dalla piega
che l’inchiesta sulle strane morti da morso della reclusa. Così come
dovrà convincere metà della sua squadra della giustezza delle sue
impressioni. Come dicevo in precedenza, non una indagine, bensì tre in
quest’ultima fatica della Vargas, che punta sempre sullo stesso blocco
di protagonisti, con l’aggiunta di “una collaboratrice esterna”.
Per il resto ci sta tutto. La ragnatela tessuta funziona benissimo.
Riferimenti storici e culinari, come sempre colonna portante di molti
dialoghi ma questa volta uno degli argomenti scelto e su cui si
concentra più di ogni altro è la violenza sulle donne e la violenza in
famiglia. Evito altri riferimenti per non fare spoiler, però la scelta
di mettere al centro queste due forme di violenza che hanno per vittima
sempre le donne, è evidente. Sorprende che nelle recensioni che ho letto
finora nessuno lo abbia sottolineato.

“La finzione letteraria è sempre politica. Ma non mi piacciono i romanzi
di denuncia esplicita. Preferisco un saggio”

Chi conosce Vargas questo lo sa bene. Nel romanzo non c’è la denuncia
“esplicita” di violenza sulle donne. Vargas non sta a mostrarci la
barbarie degli uomini nei confronti delle donne ma ti da gli strumenti
per capire cosa accade realmente. Non indottrina, racconta storie, sta a
noi seguirla nei sentieri del sud della Francia, sta a noi indagare
insieme a Vargas/Adamsberg, trovarne le tracce. Insieme a tutto il circo
della squadra Anticrimine del XIII Arrondissement di Parigi.

“All’inizio non è che avessi in testa di scrivere un romanzo sulla
violenza contro le donne, ma poi il libro ha preso questa direzione per
tutta una serie di motivi che il lettore scoprirà leggendo. Detto ciò,
per quanto riguarda il caso Weinstein, mi sembra importantissimo che sia
crollato il muro di silenzio e che le donne trovino la forza di
denunciare quello che hanno dovuto subire.”

La struttura del romanzo funziona. La storia funziona. La frattura tra
Adamsberg e Danglard, spiazza. Sembra quasi cambiare registro l’autrice,
provare a sorprenderci con qualcosa di nuovo nonostante poi alcuni
rimandi ad autrici come Agatha Christie siano sempre lì. Almeno ai miei
occhi. I dialoghi sono probabilmente surreali, difficilmente si
incontrano commissari o comandanti come i sopracitati. Lo sappiamo bene
noi che abbiamo un debole per Jean-Baptiste, noi lettori e lettrici di
romanzi gialli o noir stanchi di tutti sti poliziotti belli, dannati e
un po’ compagni.

“Non mi piacciono i libri che massacrano il lettore, lasciandolo
prostrato alla fine della lettura. Vorrei che alla fine del libro il
lettore si sentisse un po’ meglio di quando ha iniziato a leggere. Nei
miei noir più che l’intrigo criminale, contano l’atmosfera, le
divagazioni e i personaggi”.

Ecco. Questa è la sintesi di Fred Vargas e dei suoi romanzi. Unico
appunto, è che secondo me non sono noir, quantomeno non sono i classici
noir bensì gialli ma alla fine sono solo sfumature e a quasi 3 anni di
distanza da “Tempi glaciali” direi che le 400 pagine della Reclusa sono
un bel modo per passare il tempo.

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