Riconoscersi nella complessità

Articoli

di Sara Pollice e Giorgia Serughetti*

 

Cosa succederebbe se un giorno le donne scoprissero di possedere una forza fisica inaspettata e di poter ribaltare grazie ad essa i rapporti tra i sessi? E cosa succederebbe se invece un nuovo potere politico riuscisse a ricondurle in uno stato di assoggettamento totale, a farne delle schiave, serve e riproduttrici? Sono le opposte distopie di Naomi Alderman (Ragazze elettriche) e di Margaret Atwood (Il racconto dell’ancella). La narrazione di due futuri possibili e di due grandi paure del presente, che rappresentano anche gli estremi tra cui si muove oggi molto pensiero e agire politico femminista: da una parte la forza e il potere delle donne, dall’altra la loro vulnerabilità.

Come si è visto in modo particolarmente vivido nel dibattito nato intorno a «Me Too», ma anche in tante discussioni su temi controversi come la prostituzione o la gestazione per altri, alcune voci difendono un’immagine potente delle donne, padrone della propria libertà; altre denunciano soprattutto l’esposizione dei corpi femminili alla violenza. Le prime rischiano di metterne in ombra la vulnerabilità; le seconde di oscurarne la forza e la capacità di agire conflitti, invocando, al fondo, una protezione di stampo paternalista da parte dei poteri pubblici.

La polarità di potenza e vulnerabilità permette quindi di leggere la «guerra» in corso tra diversi femminismi del presente. Noi crediamo però si tratti di una polarità falsa, frutto di una visione distorta. Perché essere potenti non significa solo competere, conquistare e comandare, indica anche – anzi, soprattutto – poter trasformare collettivamente la realtà. Ed essere vulnerabili non significa essere passive e impotenti, ma implica sempre la capacità umana di agire. Vulnerabilità e agency– dice Butler nella sua ultima opera tradotta in italiano, L’alleanza dei corpi – non solo non si escludono ma anzi sono l’una condizione dell’altra.

La potenza viene meno, o diventa esercizio di semplice dominio, sia quando annienta la vulnerabilità, anziché proteggerla, sia quando disconosce la capacità altrui di agire. Ai femminismi, alle femministe, spetta invece il compito di parlare e agire nello sforzo di costruire una potenza collettiva e plurale, senza perdere la coscienza del limite proprio e altrui, anche nel conflitto.

Se la realtà in cui ci troviamo ad agire assume sempre più l’aspetto di un territorio atomizzato, la riflessione sulla possibilità di tenere insieme le nostre contraddizioni in identità molteplici e mobili appare sempre più improcrastinabile.

In questo momento il discorso politico è a tutti i livelli sclerotizzato, impoverito per la rigida proposizione monolitica di assoluti, quelli che in un tempo ormai tramontato avremmo chiamato ideologie. Tuttavia, se accettiamo che non c’è più la possibilità di rispecchiarsi completamente in una visione del mondo che tutto spiega e rende intellegibile, la presa d’atto di un reale complesso può rendere intellegibile la propria interiorità molteplice e creare uno spazio interpersonale di riconoscimento reciproco in questa stessa complessità.

Asli Erdoğan, scrittrice simbolo dell’opposizione al regime turco, ha parlato in un recente incontro pubblico, di quanto è difficile sviluppare un dialogo interiore quando la propria vulnerabilità, normalmente nascosta o poco riconosciuta, viene messa a nudo in un contesto traumatico. Nel suo caso, nell’esperienza del carcere.

«È un’esperienza che ti cambia per sempre, diventi più forte e più debole allo stesso tempo. C’è una frase, attribuita a Nietzsche: ‘quello che non ti uccide ti rende più forte’. Non sono d’accordo. Quando subisci un trauma, qualcosa in te muore e qualcosa sopravvive. È come se ti spaccassi a metà: da una parte c’è un sopravvissuto, dall’altra una vittima. E spesso le due parti non riescono a parlarsi».

Non a caso questo è il vissuto spesso raccontato dalle donne che subiscono violenza nelle relazioni intime. È evidente la fatica che devono fare per vedere la persona che agisce maltrattamenti su di loro come la stessa che hanno scelto in un tempo precedente come compagno per un progetto di vita. D’altronde anche il discorso pubblico sulla violenza esorta le donne ad abbandonare quella che, con facilità, si individua come una relazione non d’amore ma di violenza, rimuovendone la complessità intrinseca. Ciò che accade è che il trauma subito provoca una scissione interiore. È il proprio vissuto ad essere percepito come diviso. Ed è solo attraverso il percorso di fuoriuscita che si può arrivare alla ricostruzione della propria complessità riconoscendo un mondo interiore dove hanno cittadinanza piena sia la propria fragilità sia la propria forza; è attraverso questa affermazione di se stesse come definitivamente intere che si potrà tornare ad agire con efficacia assumendo con forza le redini della propria esistenza.

Adottare una visione articolata di sé e del mondo vuole dire riuscire a superare l’ottica di giudizio schiacciante sulla nostra vulnerabilità, per potere definirci vulnerabili ma potenti, anche politicamente.

Appare allora doveroso, per i femminismi, assumere come atti politici il riconoscimento dell’incompletezza, l’accoglienza della pluralità dei corpi, delle esperienze, dei vissuti, e trasformarla in capacità di agire. È possibile farlo, però, solo se costruiamo uno spazio di relazione non competitivo, aperto, propenso all’ascolto, in cui si riconosca l’esistenza di visioni diverse ma legittime.

È un passaggio, quello di cui parliamo, dalla guerra di trincea delle posizioni polarizzate da difendere, verso la costruzione dello spazio politico di un femminismo plurale che non disconosce alcuna dimensione essenziale dell’umano.

*Una versione più estesa dei contenuti di questo articolo è contenuta nel n. 128 della rivista «Leggendaria»

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