Intervista a Rita Petruccioli

Interviste
  1. Come autrice racconti dei mondi, produci nuove visioni della realtà. A volte racconti cose che vedi, altre volte cose che desideri. Nel farlo utilizzi, riproduci o costruisci strumenti per leggere e interpretare il mondo attorno a noi. Con quale consapevolezza ti poni davanti a questi mondi che crei e ri-crei? Ne sei responsabile?

Nel raccontare storie anche solo per immagini, come è nel mio lavoro da illustratrice, c’è una grossa responsabilità.
La responsabilità sta nel fatto che un autore è fondamentalmente un filtro con la realtà. Che si occupi di fiction o di non fiction, tramite il suo operato di scrittura e immagini un autore mette in atto una sintesi sulla realtà e la restituisce al lettore sotto forma di opera.
Questa sintesi viene operata ogni volta che si racconta una storia, anche a parole tra amici, ma è l’ esserne consapevoli o meno quello che cambia tutto.
Per quanto mi riguarda questa consapevolezza non è qualcosa di innato, è cresciuta insieme al mio lavoro e continuerà inevitabilmente a farlo.
Raccontare delle storie porta per forza di cose a porsi delle domande su se stessi e sulla realtà e se per me come per molti altri colleghi e colleghe l’intento iniziale poteva essere esclusivamente quello di “esternare il proprio universo interiore e il proprio immaginario” il rapporto con il pubblico modifica questo intento. C’è stato un momento ben preciso in cui mi sono resa conto che quello che raccontavo aveva un effetto, un’influenza sulla realtà e che non era possibile ignorarlo. Essendo il mio lavoro principale quello di illustratrice per l’infanzia questa responsabilità la sento in maniera ancora più forte.
La consapevolezza dell’effetto sul mondo per me non è un limite ma un’amplificazione del mio immaginario come autrice. Confrontarsi in modo consapevole con la realtà, porta all’acquisizione di nuovi punti di vista, di nuove possibilità che altrimenti non sarebbero possibili.

2. Quali credi che siano gli strumenti e i modi in cui con il tuo lavoro crei senso comune? Quali invece gli elementi del senso comune che implicitamente riproduci senza accorgertene?

È molto difficile astrarsi dal senso comune e capire quando si sta cadendo in cliché, stereotipi, generalizzazioni o narrazioni tossiche. Lo facciamo tutt* in continuazione, me compresa. Il punto è che la realtà ha una sua complessità che è difficile restituire e che noi possiamo raccontare solo sintetizzandola e gestendo i punti di vista.
Sono dell’idea che per poter raccontare la complessità bisogna prima conoscere il proprio posizionamento e poi usare empatia, osservazione, dialogo, cultura e quanti più strumenti possibili per uscire da se stessi e conoscere le posizioni altrui.
Ad esempio io disegno spessissimo personaggi femminili perché oltre ad essere quello femminile il mio genere di appartenenza sono personaggi di cui gestisco meglio la complessità. Nella rappresentazione dei corpi delle mie personagge però è evidente come io parta da me, donna bianca, cisgender, dalla corporatura magra, e come io tenda a dare per scontate posizioni sociali, etniche e fisiche diverse dalla mia. Come se il mio target fossero sempre persone nella mia stessa condizione. È una operazione che faccio in automatico e che risponde sì a un mio partire da me stessa nella raffigurazione del mondo, ma è anche frutto di un immaginario comune sulla donna.
Ripetere questa operazione in automatico difficilmente mi porterà a costruire mondi diversi. Proprio alla luce di questo ragionamento per il poster del progetto “Al di là degli stereotipi a fumetti” di quest’anno ho disegnato per la prima volta un personaggio femminile con una corporatura diversa dalla mia. L’idea è nata dal confronto con gli altri membri del progetto. Io ero perplessa ed è stato uno sforzo staccarmi dal mio modello fisico e dal tipo di disegno per cui sono abituata a ricevere complimenti, ma ne è valsa la pena: molte persone che già apprezzavano il mio lavoro mi hanno ringraziata per essersi sentite comprese nel modello fisico raffigurato nel poster.

3. Le narrazioni tossiche costruiscono un humus culturale pericoloso. Come autore/autrice, come pensi sia giusto rapportarsi ad esse? Tra i poli opposti della censura e dell’auto-censura da un lato e del narcisismo superficiale del “ma che vuoi che sia” dall’altro, esiste un punto di equilibrio?

Io credo che un buon modo per evitare le narrazioni tossiche sia riconoscere il punto di vista da cui si sta raccontando qualcosa e il contesto in cui lo si sta facendo. Raccontare una storia che sia inventata o reale, comporta sempre delle limature e delle sintesi e di conseguenza delle scelte.
Conoscere il proprio posizionamento, quindi il punto di vista e il contesto in cui si sta raccontando sono i due elementi che cambiano tutto.
Oggi noi siamo circondati da narrazioni tossiche, il campo dell’informazione ne è pieno, e non è sempre facile distinguerle. Come autrice il mio apporto al senso comune e alla società è il mio punto di vista, il mio filtro della realtà come dicevo prima. Più mi arricchisco con i punti di vista altrui, più posso scegliere cosa e come raccontare e quindi fare bene il mio lavoro.
Ad esempio quando illustro un libro per bambini, lavoro che faccio prevalentemente per commissione e seguendo il testo di uno scrittore o una scrittrice, cerco comunque di essere io a scegliere le scene da illustrare e a riportarle in una modalità che danneggi e offenda il meno possibile altri punti di vista.
Per capirci, anni fa illustrando l’Eneide riscritta da Carola Susani per i bambini, ci siamo trovate a ri-raccontare l’innamoramento e il suicidio di Didone. La storia di Didone è solitamente raccontata come un innamoramento cieco nei confronti di Enea e un suicidio disperato per la sua partenza. Riassumendo la storia in questa maniera Didone perde la sua complessità di regina forte, donna autonoma e consapevole nelle sue scelte, riducendosi allo stereotipo della donna vittima e impotente davanti all’amore. Sia Carola nel suo testo, che io nelle mie illustrazioni abbiamo scelto di riportare la storia così com’era (non cambieremmo mai Virgilio!) ma di offrire ai lettori degli strumenti di contestualizzazione. Nel mio caso dovendo illustrare la scena dell’innamoramento, ho scelto di illustrare (e quindi sottolineare) l’attimo prima che Didone baci Enea, suggerendo un momento che non la rendesse vittima di un sentimento amoroso, ma davanti a una scelta. Insomma ho riportato un punto di vista meno raccontato e meno tossico.
Un autore indipendentemente dal suo medium espressivo, dovrebbe essere consapevole di queste scelte e nel caso stia utilizzando un punto di vista univoco, se ne dovrebbe assumere l le responsabilità e le conseguenze perché potrebbe stare offendendo e danneggiando degli altri punti di vista.

4. Credi si possa fare umorismo su tutto? Se la risposta è si, credi ci siano diversi modi per farlo? C’è un umorismo ammissibile e uno che non lo è? E il criterio qual è: i soggetti della tua ironia o la modalità con cui la fai?

Non essendo un’umorista non posso rispondere a questa domanda da autrice, ma posso provarci da lettrice.

Per me si può assolutamente fare umorismo su tutto. D’altro canto non siamo mai tenuti a ridere di tutto. Se una battuta non mi fa ridere, mi offende, penalizza delle minoranze, appoggia una cultura tossica come ad esempio quella dello stupro, lo dico, la contesto e la smonto. Non pretendo di censurarla, mai.
Io non credo che esistano battute giuste o sbagliate, credo piuttosto che esistano contesti, situazioni e consapevolezze che ne cambiano la valenza, il beneficio o il danno.
Esiste la consapevolezza del proprio posizionamento e del proprio punto di vista e nel caso l’autore di una battuta stia utilizzando un punto di vista univoco nel contesto sbagliato, danneggiando involontariamente qualcuno, se ne dovrebbe assumere le responsabilità e le conseguenze.

5. Quando lavori, e quando prendi parola, crei immaginari, ma non solo. In quanto autore/autrice la tua opinione ha un peso, le tue affermazioni circolano al di là delle tue strette conoscenze, le tue parole rimbalzano, vengono commentate, riprese, criticate. Sei un personaggio pubblico, e sei parte attiva nel dibattito pubblico. Che ruolo svolgono i social network in questa dinamica? Da un lato, sono ciò che ti permette di arrivare a più gente, di lavorare meglio, ma sono anche nuove forme di spazio pubblico. Le opinioni e le idee che vi diffondi, sono tue o sono di tutti? Sei libero/a di scrivere quello che senti, quello che vuoi? Cerchi di assumerti la consapevolezza della risonanza che le tue parole avranno?

Cerco di fare un uso non intensivo dei social network proprio perché non riesco a gestire la dimensione pubblica privata. Cado molto spesso nella trappola di scrivere o pubblicare qualcosa di privato con la pretesa che non sia preso come pubblico e che non generi delle conseguenze sulla mia vita privata, sulla mia immagine pubblica, sul mio lavoro e su chiunque lo legga in generale. Questa cosa mi spaventa molto e ne faccio un uso parsimonioso.
Nel mio lavoro il social network è uno strumento importante e penso che sia “ingenuo” da parte di un autore o di un’ autrice fingere che non sia così, essendo uno dei principali strumenti di condivisione di immagini, aggiornamenti, appuntamenti.
Una buona parte degli autori presenti sul mercato oggi, hanno costruito il loro percorso lavorativo su blog e social, si sono guadagnati visibilità, contratti editoriali o lavori da influencer, non solo sulla base della qualità del loro lavoro, ma anche sulla base del pubblico che già li seguiva on line. Alla luce di questo i “like” non sono solo consensi o apprezzamenti, ma una vera e propria moneta di scambio ed i “follower” un vero e proprio pubblico.
Ora, se i miei contatti social sono effettivamente un pubblico, ritengo di avere verso di loro responsabilità molto simili a quelle che ho col mio pubblico in qualità di autrice. E nel momento in cui posto un contenuto o esprimo un’opinione dovrei essere perfettamente consapevole di non essere nella mia cameretta col mio gruppetto di amici e quindi essere pronta a prendermi la responsabilità e le conseguenze di quello che condivido.
La consapevolezza e la responsabilità per me valgono tanto per chi posta un contenuto tanto per chi lo contesta o lo approva. Assisto spesso a dinamiche di contestazione che creano mostri peggiori del post che criticavano. Gogne pubbliche controproducenti che se fossero riportate nella società reale sarebbero guerra civile e barbarie.

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