Intervista a Giacomo Bevilacqua

Interviste
  1. Come autore racconti dei mondi, produci nuove visioni della realtà. A volte racconti cose che vedi, altre volte cose che desideri. Nel farlo utilizzi, riproduci o costruisci strumenti per leggere e interpretare il mondo attorno a noi. Con quale consapevolezza ti poni davanti a questi mondi che crei e ri-crei? Ne sei responsabile?

 

In un certo qual modo sì. Tutto ciò che ho creato, l’ho fatto sempre con in testa la consapevolezza che il fumetto fosse un media che non aveva nulla da invidiare a tutti gli altri e che qualsiasi tipo di narrazione o di messaggio al suo interno potesse essere trasmesso con la stessa forza di un film, un libro, o una canzone. Il primo senso vero di responsabilità mi è arrivato molti anni fa, era da poco uscito il primo libro di strisce di A Panda piace e io ero in giro a firmarlo. Un signore mi venne a ringraziare dicendomi di essersi da poco separato dalla moglie e che faticava a trovare un contatto con le due figlie piccole. Mi ringraziò perché le strisce di A panda piace erano un primo ponte fortuito che era riuscito a costruire comprando per caso il libro, e che le due bambine volevano passare ore con lui per leggerlo e rileggerlo. È un aneddoto che racconto spesso, e per me è stata un’esperienza molto importante perché è stata la prima vera testimonianza che qualcosa creato da me poteva avere un impatto nella vita di qualcuno, pure se erano delle strisce sceme di un Panda.

Sono stato fortunato perché ho avuto questo tipo di impatto molto presto in quella che poi sarebbe diventata la mia carriera da autore, quindi ho cercato di tarare tutto ciò che è venuto dopo tenendo a mente questa consapevolezza. Poi è chiaro, qualcuno dirà “vabbe’ ma sono solo fumetti”, ma si tende sempre a sottolineare poco quanto impatto positivo alcuni fumetti possano avere, perché noi per primi non ne abbiamo molta consapevolezza.

  1. Quali credi che siano gli strumenti e i modi in cui con il tuo lavoro crei senso comune? Quali invece gli elementi del senso comune che implicitamente riproduci senza accorgertene?

 

Ogni mio fumetto è completamente differente dal precedente e dal successivo, non solo in quanto premesse o genere, ma anche in quanto a storia, personaggi e target di riferimento. Dunque se dovessi fare un discorso unificato per rispondere a queste due domande, mi verrebbe in mente uno strumento soltanto, valido in entrambi i casi: l’empatia. Provare empatia nei confronti di qualcun altro è l’unico strumento davvero forte che abbiamo in quanto esseri umani per poter progredire davvero come insieme di persone che occupano lo stesso pianeta. Ed è l’unica fonte a cui si può davvero attingere per formare il senso comune in ogni sua accezione. Riuscire a provare empatia per un personaggio immaginario, significa scindere realtà e fantasia, ma abbeverarsi alla stessa fonte emozionale. Io credo che ognuno di noi nasca con un solo pozzo empatico, che però ha due rubinetti, uno lo apriamo quando siamo in una situazione “protetta”, quindi durante la fruizione di un qualcosa che ci tocca determinate corde (un fumetto, un libro, un film, una canzone), un altro invece lo apriamo nel mondo reale. Il problema, secondo me, è che alcune persone questo secondo rubinetto lo aprono con molta più fatica o cautela, e molte altre addirittura lo tengono chiuso, questo perché la gente è convinta che provare empatia significhi solo DARE, senza ricevere nulla in cambio, pensano sia una cosa a senso unico, e non si rendono conto che se questo rubinetto venisse aperto, magari qualcuno ci attaccherebbe un tubo, e questo tubo verrebbe attaccato a un altro rubinetto, e poi a un altro ancora, e per la teoria dei vasi comunicanti magari riusciremmo tutti ad avere lo stesso livello di empatia, perché l’empatia, se messa in condivisione, potrebbe risolvere qualunque tipo di conflitto. Ovvio, è una visione semplicistica e fin troppo grafica, la mia. Ma penso che il concetto di base sia questo. Purtroppo non posso costringere le persone ad aprire i loro rubinetti nel mondo reale, però la cosa che cerco di fare io è tenere “pieno” il loro pozzo empatico, sfruttando il lato “immaginifico” della faccenda. A volte questa cosa mi riesce facilmente, altre volte meno.

 

  1. Le narrazioni tossiche costruiscono un humus culturale pericoloso. Come autore come pensi sia giusto rapportarsi ad esse? Tra i poli opposti della censura e dell’auto-censura da un lato e del narcisismo superficiale del “ma che vuoi che sia” dall’altro, esiste un punto di equilibrio?

 

Io penso che ci siano persone in grado di riconoscere un certo tipo di narrazione tossica, persone che magari non hanno gli strumenti per farlo (ma non perché sono stupide eh, ma perché proprio non gli è stato insegnato), e persone che la sanno riconoscere e la sfruttano per un proprio tornaconto. E penso anche che oggi ci sia uno strumento a doppio taglio che varrebbe la pena imparare ad usare in maniera un po’ più responsabile: la condivisione indignata. Facendo un esempio settoriale specifico: alcune testate giornalistiche (o alcuni giornalisti freelance, più o meno famosi), danno talvolta, con piena cognizione di causa, spazio ad articoli su argomenti anche molto specifici trattati in maniera estremamente superficiale. Questi articoli sono scritti con il chiaro scopo di indignare. La condivisione per indignazione sembra ormai una delle armi imprescindibili per tenere vivo un certo tipo di portali o testate. Sono i numeri che contano. Nient’altro. Su internet soprattutto. Quando René in Boris diceva “la qualità c’ha rotto il cazzo” non diceva una roba troppo lontana da una certa logica di mercato. Ma la logica di mercato che viviamo oggi, specie sul web, non è tanto diversa da una logica di mercato che c’è sempre stata, e che è solo mutata nel tempo. Mia nonna era abbonata alla selezione del reader’s digest, una rivista che prendeva pezzi di altre riviste, ci faceva del taglio e cucito e li riproponeva.

La Selezione del Reader’s digest era una rivista che prendeva il taglio e cucito del reader’s digest, ci faceva un altro po’ di taglio e cucito, e lo riproponeva. Io ogni tanto, da piccolo, quando mi lasciavano da loro, in mancanza di altro, ne prendevo in mano qualcuno e ne leggevo degli estratti. Trovavo incredibile come una rivista riuscisse a passare da un’analisi di 26 colonne sulla scomparsa del blocco orientale (che chiaramente non avevo ancora i mezzi per comprendere), a un articolo che parlava della testimonianza di una tizia che di notte s’era sognata la zia morta che le aveva dato i numeri del lotto grazie ai quali il giorno dopo era diventata milionaria. Selezione secondo me era il precursore perfetto di un sacco di portali online moderni. Non mi ci volle una scienza per capire che alcune di quelle robe potevano essere bellamente ignorate e anzi, è stato proprio grazie a quella roba lì se sono riuscito a sviluppare un mezzo senso critico verso tutta una serie di notizie o di input che mi sono passati davanti agli occhi durante gli anni della formazione.

Ecco, oggi è cambiato l’asse, e magari il pubblico di riferimento, ma il principio resta il medesimo. Capire dove sta il punto di equilibrio in una situazione del genere, ieri come oggi, è molto difficile, secondo me, perché l’asse non smetterà mai di spostarsi. E anzi, adesso con internet, di equilibrio ce n’è ancora meno, perché il calderone s’è ingrandito, e le cose che ci vengono buttate dentro sono mille volte di più. Non so se esiste un modo giusto per combattere questo tipo di narrazione, personalmente io tendo ad ignorarla quando la riconosco, ma non nego di essere caduto anche io vittima della trappola della condivisione indignata, e non escludo di poterci ricadere di nuovo.

L’unica arma contro questa roba è la consapevolezza, sapere cosa si sta leggendo, magari insegnare agli altri a riconoscerla, ignorarla o dargli lo spazio e l’importanza che merita.

 

  1. Credi si possa fare umorismo su tutto? Se la risposta è si, credi ci siano diversi modi per farlo? C’è un umorismo ammissibile e uno che non lo è? E il criterio qual è: i soggetti della tua ironia o la modalità con cui la fai?

 

Allora.

Io penso che si possa fare umorismo su tutto, ma prima di farlo bisogna avere ben chiaro un fattore imprescindibile: il contesto in cui lo si fa.

Il contesto per l’umorismo è tutto. Il contesto può essere fisico e reale, ovvero il fatto di fare un certo tipo di umorismo solo in un certo tipo di ambienti o situazioni (ad esempio battute sceme tra una cerchia fidata di amici), oppure può essere narrativamente costruito. Per costruzione narrativa intendo il processo che consente all’autore/comico/professionista, di creare una premessa-contesto (ad un’eventuale battuta, o serie di battute) così intelligente e inattaccabile, da gettare delle regole istantanee in cui poter far muovere liberamente il proprio umorismo, e mettere l’interlocutore a proprio agio nel riconoscere il fatto che, sia lui che il comico (o i suoi personaggi), si stanno muovendo in un costrutto TOTALMENTE FITTIZIO, in cui è l’autore stesso delle battute a decidere le regole, e l’interlocutore ad accettarle, qualunque esse siano.

Questi sono, per me, gli unici due criteri all’interno dei quali è possibile fare umorismo su tutti gli argomenti. E sia chiaro che la considero una cosa estremamente difficile da fare, e che non può essere affrontata con leggerezza, perché sbagliare premesse, o non metterne, o creare un costrutto troppo fragile all’interno del quale far muovere se stessi o i propri personaggi, può risultare, (se si decide di andare sopra le righe o toccare argomenti considerati scomodi) in un tipo di umorismo di cattivo gusto, se non peggio.

Gran parte delle cose che vengono fraintese, vengono fraintese perché vengono estrapolate da un contesto. Il contesto, reale o fittizio, in cui ci si muove, nell’ambito dell’ironia, dell’umorismo e della satira, per me, è tutto. Mi è successo di essere stato frainteso, una volta o due, perché magari ho dato per scontato un contesto o perché non ho calcolato bene la costruzione dello stesso, ma mi è anche successo il contrario, ovvero di essere stato frainteso perché chi ha frainteso non ha riconosciuto il contesto (ben delineato) in cui interveniva. E penso che, in questi casi, capire dov’è l’errore e accettarlo, piuttosto che far valere a tutti i costi le proprie ragioni e difendere il proprio operato o la propria opinione a spada tratta, sia una spinta molto più forte per costruire una base più solida su cui far poggiare, dal lato del comico: la battuta successiva per renderla inattaccabile, dal lato di chi dovesse intervenire: una maggiore consapevolezza del contesto in cui si interviene.

Faccio un esempio pratico: Se io in quanto Giacomo Bevilacqua facessi una battuta scomoda senza costruire in maniera corretta il contesto, sarei facilmente (e magari anche giustamente) attaccabile. Se un personaggio da me creato (che non rappresenta un mio alter-ego ) che agisce in un contesto fittizio e riconosciuto da una platea più o meno vasta di lettori, facesse la stessa identica battuta, lo stesso attacco di cui sopra non poggerebbe su basi solide. Perché la battuta messa in bocca ad un personaggio (lo ripeto:) che non rappresenta al 100% l’autore , secondo la regola del contesto, passerebbe dall’essere il pensiero espresso dall’autore stesso nel mondo reale al pensiero che l’autore ha deciso di far esprimere a quel personaggio in un contesto fittizio, per pura e semplice scelta autoriale. E chi decide di attaccare la battuta, non sta attaccando l’autore, ma il personaggio fittizio, e sta dunque cercando di imporre delle regole (magari giustissime, in altri contesti) in un luogo fittizio, dove le regole sono già state fatte da qualcun altro, e accettarle fa parte del gioco.

 

  1. Quando lavori, e quando prendi parola, crei immaginari, ma non solo. In quanto autore la tua opinione ha un peso, le tue affermazioni circolano al di là delle tue strette conoscenze, le tue parole rimbalzano, vengono commentate, riprese, criticate. Sei un personaggio pubblico. Che ruolo svolgono i social network in questa dinamica? Da un lato, sono ciò che ti permette di arrivare a più gente, di lavorare meglio, ma sono anche nuove forme di spazio pubblico. Le opinioni e le idee che vi diffondi, sono tue o sono di tutti? Sei libero di scrivere quello che senti, quello che vuoi? Cerchi di assumerti la consapevolezza della risonanza che le tue parole avranno?

 

Questa domanda fa il paio con quella sopra. Il social network è un mezzo relativamente nuovo, che stiamo tutti iniziando ad usare in questi anni. È forse uno dei mezzi di comunicazione più potenti del mondo, messoci in mano senza libretto delle istruzioni. Molte delle persone che hanno acquisito più o meno popolarità grazie a uno di questi mezzi hanno dovuto imparare ad utilizzarlo da soli, talvolta a proprie spese.

Io penso che nel momento in cui, per un motivo o un altro, ci si trova a essere personaggi pubblici, si acquisisce un nuovo livello di contesto, la decisione su chi o cosa essere all’interno di questo livello, spetta ad ognuno di noi. Per quanto mi riguarda, il me che traspare dai social non è diverso dal me della vita reale, ma ci ho messo un po’ per distinguere il contesto nel quale mi stavo muovendo e il modo in cui usarlo, non senza aver sperimentato, anche in questo caso, un paio di problemi di assestamento. Penso anche che nel mio profilo privato sono libero di dire ciò che voglio, ma con la consapevolezza di cui sopra, ovvero che non è il salotto di casa mia, e che chi legge le mie cose non sono gli amici miei che mi conoscono da 20 anni. Quello che scrive sono sempre io, ma dico cose che potrei dire in una situazione pubblica, una situazione in cui mi prendo la piena responsabilità delle mie parole. E questa cosa va dall’esprimere il mio giudizio su un videogioco o una serie tv che ho particolarmente apprezzato, al fare una riflessione personale magari riguardo argomenti di altra natura. Ci sarebbe in questo caso una distinzione da fare tra post pubblico e post privato, ma sarebbe un discorso troppo lungo, e comunque io di post privati non ne faccio praticamente quasi mai.

Come già detto più sopra invece, le cose che decido di far dire ai miei personaggi che non rappresentano miei alter ego, possono essere, a mio avviso, esenti da questo tipo di logica, poiché, appunto, sono dei personaggi di fantasia che agiscono secondo dinamiche e costrutti del tutto fittizi con regole create appositamente per loro. E anche qui il discorso della costruzione del contesto, così come la psicologia e il carattere di un determinato personaggio, sono importanti, ma sono cose che si costruiscono in modo specifico, e la loro riuscita o no sta solo nella bravura o meno dell’autore. Poi sia chiaro, con questo discorso io non sto sollevando gli autori dalla responsabilità di ciò che scrivono, ma sicuramente penso che la libertà di espressione autoriale sia una delle poche cose davvero libere che ci sono rimaste, e il modo in cui questa viene usata, è appannaggio dell’autore stesso. Questo lo rende esente da critiche, opinioni o fraintendimenti riguardo la propria opera? Affatto. Dovrebbe però portarlo ad un livello di consapevolezza maggiore, sia riguardo le sue responsabilità che riguardo dei limiti che dovrebbe porsi. Un autore, secondo me, tanto sui social quanto nelle sue opere, non è qualcuno che è libero di dire quello che gli pare e basta, fregandosene delle ripercussioni, ma qualcuno che, nel momento in cui sceglie di dire qualcosa, lo fa con una cognizione di causa tale, che da eventuali ripercussioni non avrà nulla da temere.

 

Leggi anche :

Interista a Rita Petruccioli

Intervista a Zerocalcare

Annunci