Creare e ri-creare mondi nuovi. Intervista a Giacomo Bevilacqua, Rita Petruccioli, Zerocalcare

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di Federica Castelli

Ogni redazione, così come ogni gruppo di lavoro ben affiatato, trova nel tempo le sue pratiche, le sue modalità, e i suoi tempi di elaborazione. Noi, fin da subito, ci siamo ritrovate con un’ottima abitudine: quella di discutere per ore, intense e concitate, dei temi e dei nodi a noi cari, quelli su cui ci siamo incontrate e riconosciute nel momento in cui si è deciso di dare vita a questo spazio.

A volte cominciamo a discutere a partire da fatti molto concreti, e molto recenti, che il mondo attorno a noi ci pone come urgenze. Tentiamo di farne materia di discussione ed elaborazione condivisa, con lo sguardo sempre volto verso l’apertura di nuove possibilità, nuovi mondi, nuove relazioni.

Negli ultimi tempi, era diventato per noi un nodo rilevante la questione della postura adottata da autori e autrici circa l’immaginario dei loro lavori: sia quello esistente, sia quello che i loro lavori contribuiscono a creare. Ci siamo chieste quale fosse la consapevolezza circa questa capacità di creare e ri-creare mondi nuovi, e cosa una tale consapevolezza potesse comportare nell’espressione; allo stesso modo, ci siamo chieste quali sono gli strumenti che queste narrazioni producono in chi quei mondi li incontra come giovane lettore o lettrice, e quali siano invece gli strumenti proveniente dal cosiddetto “senso comune” – ossia da tutto quello che nei discorsi con gli altri, nel nostro modo di vedere il mondo diamo per scontato, e non questioniamo mai – che implicitamente riproducono.

Domande molto complesse, a cui non potevamo che far seguire ragionamenti ancora più profondi e articolati. Attorno a quel tavolo ci siamo chieste, ancora, sempre a proposito del nodo libertà/consapevolezza, domande sempre più serrate, tenendo insieme gli estremi dell’autocensura e della superficialità, della libertà di dire ed esprimere quel che si vuole in qualunque contesto, e interrogandoci sull’umorismo, sulle sue modalità e possibilità, e sulla figura autoriale come figura pubblica. Abbiamo davvero preso molto sul serio il tema di questo mese (“La complessità dell’esistente”).

Non potevamo sollevare questioni così importanti se non con qualcuno che stimiamo e con cui sappiamo che è possibile costruire un dialogo intelligente, profondo e non scontato.

Per questo, abbiamo scelto di fare la stessa intervista a tre voci e tre prospettive diverse; tre autori di fumetti che dubitiamo qualcuno possa non aver mai sentito nominare, ma che amiamo ricordare per (anche se è davvero difficile nominare solo alcuni dei loro lavori): A Panda Piace e Il suono del mondo a memoria (Giacomo Bevilacqua), Frantumi e le fantastiche illustrazioni dell’Eneide (Rita Petruccioli), La profezia dell’armadillo e Kobane Calling (Zerocalcare).

A domande così difficili e complesse abbiamo ricevuto risposte ampie, articolate, e mai superficiali. Ci hanno risposto in tre momenti diversi, in tre luoghi diversi, a partire da tre posture differenti, eppure le loro voci sembrano legate da un filo invisibile che cuce insieme alcune parole ricorrenti: empatia, contesto, consapevolezza, libertà.

Ve ne diamo dei piccoli assaggi in anteprima.

 

Giacomo Bevilacqua (leggi l’intervista intera)

“Provare empatia nei confronti di qualcun altro è l’unico strumento davvero forte che abbiamo in quanto esseri umani per poter progredire davvero come insieme di persone che occupano lo stesso pianeta. Ed è l’unica fonte a cui si può davvero attingere per formare il senso comune in ogni sua accezione. Riuscire a provare empatia per un personaggio immaginario, significa scindere realtà e fantasia, ma abbeverarsi alla stessa fonte emozionale”.

Rita Petruccioli (leggi l’intervista intera)

“È molto difficile astrarsi dal senso comune e capire quando si sta cadendo in cliché, stereotipi, generalizzazioni o narrazioni tossiche. Lo facciamo tutt* in continuazione, me compresa. Il punto è che la realtà ha una sua complessità che è difficile restituire e che noi possiamo raccontare solo sintetizzandola e gestendo i punti di vista. Sono dell’idea che per poter raccontare la complessità bisogna prima conoscere il proprio posizionamento e poi usare empatia, osservazione, dialogo, cultura e quanti più strumenti possibili per uscire da se stessi e conoscere le posizioni altrui”.

Zerocalcare (leggi l’intervista intera)

“Modi per non operare nel campo dei cattivi sono tanti: chiedersi sempre se stai prendendo in giro le vittime o i carnefici, se quello che scrivi oltre a far ridere comunica un pensiero, una presa di posizione, oppure no; se chi ti legge capisce da che parte stai oltre l’ironia, o se quello che scrivi può risultare ambiguo, se offre uno spunto di riflessione o se fortifica il pensiero comune. Uno dovrebbe chiedersi sempre “a quale mulino sto portando acqua, scrivendo ‘sta cosa qua?”. E poi una cosa un po’ emo, però che ho imparato negli anni: se qualcuno si sente ferito dall’ironia tua, fermati a pensarci. Ascoltalo. Poi decidi sempre te eh, magari non te ne frega niente e continui per la tua strada, o magari fa parte di una categoria che pensi che è giusto ferire (ci può stare, oh. Mica semo madreteresa che volemo bene a tutti). O magari è qualcuno che ti porta un punto di vista a cui non hai pensato perché semplicemente ha un vissuto diverso dal tuo. Però pigliati ‘sto momento per pensarci, non ti trincerare dietro una difesa di default del tuo DIRITTO a dire qualsiasi cosa. Nessuno te lo tocca quel diritto, ma cerca di essere consapevole di cosa produci quando lo eserciti”.

[Tutte le interviste sono a cura della Redazione]