I Kill Giants – Joe Kelly e Jm Ken Kimura “o di come non capiamo niente delle ragazze”

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di Viola Lo Moro

Una frase mi ripetevo in continuazione tra gli 11 e i 16 anni: “Non capite niente. Voi non capite niente”. Dai vent’anni in su, come un mantra impacciato, ogni volta che parlo con un’adolescente, mi ripeto: “Ricordati com’era. Ricordati come era. Quanto sentivi intensamente tutto. Non sminuire mai, non sottrarti alle emozioni, non ti innalzare con cinismo di fronte ai drammi dell’adolescenza solo perché ne sei sopravvissuta”. Un amico mi disse una volta che quella fascia di età lì se la ricordava come uno slalom gigante tra un imbarazzo e l’altro.

Tutto è scomposto, tutto è precario: il corpo – per primo – i sentimenti, i pensieri, le paure – subito a seguire. Ma le “fissazioni” sono certezza a quell’età: che sia un certo modo di vestirsi, una certa ideologia, un certo stile musicale, una certa battaglia.

La personale, unica, battaglia della protagonista di questo romanzo a fumetti è quella di combattere i giganti. Con ogni mezzo necessario, poco importa se nessuno le crede. Poco importa se nessuno capisce e sa. Poco importa se è in pericolo la sua stessa vita.

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I Kill Giant è un graphic novel che ci ricorda cosa vuol dire essere adolescenti. Ci ricorda la rabbia, la paura, l’imbarazzo e la chiarezza delle proprie convinzioni.

Qual è la storia?

Barbara è una giovane ragazza intorno agli 11 anni che ha come missione – piuttosto antisociale nel contesto di una tranquilla cittadina di provincia – di combattere i giganti. Tanto è antisociale che ogni giorno deve indossare una specie di stramba armatura. È una eroina, quindi, ma autoproclamatasi tale, non riconosciuta come tale: nessuno crede all’esistenza dei giganti e lei è semplicemente percepita come una ragazzina fuori di testa. A scuola le altre parlano di vestiti e di Britney Spears, mentre Barbara legge ossessivamente dei testi epici con le descrizioni delle varie tipologie di giganti esistenti. Barbara compie poi dei gesti ripetitivi e rituali (diremmo forse anche ossessivi) per la costruzione dell’arma perfetta da usare nella battaglia, e per proteggere lo spazio della sua casa e della città. La cittadina infatti si estende lungo la costa oceanica ed è proprio sulla spiaggia che appende degli “scaccia giganti”: dei sacchi della spazzatura dalla puzza immonda.

Grazie ad un montaggio tra testo e disegno architettato perfettamente è interessante notare il continuo spostamento dei punti di vista: da una parte, sfogliando le pagine, l’adesione alla “realtà” di Barbara è immediata, dall’altra permane con chiarezza il punto di vista della realtà “vera”, per cui Barbara a tutti gli effetti sembra solamente una ragazzina un po’ fuori di testa, e non una eroina che salverà il mondo. Un’eroina continuamente e con cattiveria riportata all’essere una ragazzina ridicola.

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Leggendolo era come se una parte di me fosse in effetti Barbara (quella me adolescente sempre arrabbiata e goffa), e l’altra parte di me facesse ormai l’occhiolino alla società intorno alla protagonista: un gruppo coeso che non può aderire ad una fantasia senza senso e che può solo ridicolizzare o al massimo contenere una folle.

Come in tutte le storie che si rispettano, come in tutte le grandi avventure, la nostra eroina incontra lungo il suo cammino amici e nemici, anzi amiche e nemiche.

 Le due amiche (le due aiutanti – secondo lo schema classico della fiaba) sono una sua coetanea, Sophia, e la psicologa della scuola, la Sig.ra Molle. Sophia rimane fin da subito affascinata dall’improbabile missione di Barbara – c’è da dire che Sofia stessa è una outsider: appena trasferita, sola, in cerca di nuove amiche, bullizzata a sua volta in quanto “straniera” – e va immediatamente oltre la stranezza della giovane combattente per seguirla, aiutarla, starle a fianco nei momenti duri, che ovviamente arriveranno. La psicologa è l’unica figura adulta che riesce a scalfire l’armatura di Barbara. Con lei infatti, tra momenti di fiducia, rabbia, conflitto, scoraggiamento – come solo chi ha avuto un incontro fecondo con una psicoterapeuta sa – Barbara può parlare davvero delle sue emozioni. E può appoggiarsi nei momenti di sconforto.

Poi ci sono i nemici e le nemiche minori: le compagne di classe (di cui una particolarmente violenta perché continua a bullizzare Barbara), il fratello e la sorella di Barbara (che si rivelano più che cattivi incapaci di capire la sorella, pur volendole molto bene).

E poi ci sono i nemici veri: i giganti.

I giganti ovviamente esistono eccome, così come esistono e prendono consistenza le nostre peggiori angosce nei sogni. Barbara lo sa e fa in modo di non dire mai cosa verranno a fare davvero i giganti di tanto mostruoso. La censura (e autocensura) dell’angoscia è resa perfettamente attraverso la cancellatura nel testo (p.foto).

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Barbara combatte con un’arma di stoffa a forma di cuore, con sopra disegnato un teschio. L’arma ha una zip laterale che contiene tante cose, esattamente come tante sono le emozioni che la protagonista delega di contenere a questo misterioso oggetto. La sua arma, il suo cuore, viene raccolta sulla riva del mare da Sophia, dopo la battaglia che la nostra eroina ha ingaggiato con il gigante. Non esiste cuore più pulsante di una ragazza pre adolescente che combatte la morte delle persone che ama, che ostinatamente si adopera per cacciare quei mostri troppo più forti di lei.

Il libro, tra le tantissime suggestioni, mi dice in ultima istanza – e di questo aspetto forse potremmo far memoria quando ci capita di sproloquiare di ragazzi e ragazze – che a quell’età molto è estremo e violento. Sembra dirci che la lotta quotidiana è solitaria e unica per ognuna e ognuno, ma che esiste la possibilità di entrare in contatto con quella intensità solo se abbassiamo il livello della verità oggettiva delle cose che accadono – e alle quali per una ragione o per un’altra crediamo – per accedere a quel piano scomposto fatto di corpi, avventure, coraggio, paure e battaglie contro i giganti senza il timore di emozionarci un po’ e con la consapevolezza che poi si cresce, e i giganti si possono ridimensionare perché la loro statura si è fatta più vicina alla nostra.

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