Febbraio 2018 • La complessità del reale •

Editoriale

a cura della Casa delle Donne Lucha y Siesta,

revisione di Federica Castelli

Quando abbiamo iniziato a pensare come creare uno spazio di discussione sulla questione degli stereotipi di genere e sui dispositivi culturali e sociali che alimentano una cultura discriminatoria di sessismo, razzismo e violenza, siamo partite dalle nostre esigenze di crescita, curiosità, dalla nostra necessità di indagare ciò che ci circonda.

Lo scenario attuale, caratterizzato da un mondo ormai interconnesso in cui culture differenti si incontrano quotidianamente, dove i paradigmi e gli schemi ideologici validi fino al secolo scorso sono saltati, in cui i modelli di riferimento in ambito relazionale sono entrati profondamenti in crisi, ci spinge a trovare le energie per andare oltre noi stesse, oltre le nostre certezze. Perché possiamo affermare che il nostro mondo attuale è complesso e tale complessità, per poter essere analizzata e compresa, ci impone la necessità di ampliare i punti di vista, di fare e farci domande. Per questo motivo in questo percorso abbiamo scelto di coinvolgere tante e tanti che operano nel mondo della narrazione, della comunicazione e dell’attivismo sociale e politico, perché abbiamo bisogno di una pluralità di posizioni e di confronti serrati per costruire un argine alla società della discriminazione, del rancore e della paura che si sta costruendo attorno a noi.

Il viaggio di Al di là degli stereotipi ci rende felici e ci entusiasmano le suggestioni che le autrici e gli autori hanno saputo dare nel primo mese di vita di questo spazio virtuale. Poiché ci muoviamo a partire da un posizionamento che mette al centro le discriminazioni di genere non potevamo che dare rilievo a come vengono raccontate, descritte, “fissate” le donne nel contemporaneo. Il mese dedicato alle Personagge ci ha messo in relazione con Susanna Scrivo e con Giulia Sagramola, professioniste del mondo del Fumetto; inoltre abbiamo potuto fare affidamento alle letture attente di Sara Pollice, Federica Castelli e Massimo Faggiano, che fanno parte della nostra redazione.

Oggi siamo pronte ad andare avanti per esplorare con sguardo critico un’altra tappa per noi fondamentale: come approcciare alla complessità del reale.

Quando a settembre scorso ci siamo incontrate per costruire lo svolgersi dei temi che avremmo affrontato in questo spazio, avevamo appena avuto modo di leggere questo articolo (leggi l’articolo) di Giorgia Serughetti.

Giorgia, quando abbiamo modo di leggerla, ci dona sempre aspetti importanti su cui riflettere. L’estate appena trascorsa – tra stupri, femminicidi, sgomberi violenti, abusi di potere su persone singole e intere comunità – ci lasciava in eredità il compito di capire cosa stava succedendo e costruire degli strumenti per noi e per tutti di analisi e decodifica, necessari a immaginare parole ed azioni di contrasto. A colpirci, oggi come allora, non sono tanto gli avvenimenti in sé – per quanto cruenti e deprecabili – ma il dibattito pubblico che ne scaturisce, attraverso i social o i commenti a margine degli articoli, che da voce ad una umanità sempre più disumana.

Discutiamo da tempo su come dar voce, dignità e attenzione alle differenze. Questo perchè vivere in una società complessa significa anche assumersi la responsabilità e la consapevolezza dell’impossibilità dell’essere davvero tutte e tutti uguali di fronte alle possibilità sociali, di godere tutte e tutti degli stessi spazi di libertà, di avere tutte e tutti lo stesso modo di vedere il mondo. Proprio perchè tutti diversi, i soggetti si muovono su piani differenti, hanno diverse possibilità, diversi posizionamenti, diverse urgenze. Soprattutto, vedono il mondo secondo occhi differenti.

Per questo è importante tramutare questa molteplicità di posizionamenti in un’occasione di libertà e di giustizia, di ricchezza e crescita (e non – invece – leggere le distanze e le differenze come un “di meno”, come qualcosa da sanare, e da omologare in una voce univoca). Questa complessità, essenziale alla libertà di ciascuna e ciascuno, ed essenziale alla stessa idea di società, può essere preservata solo mantenendo salda l’idea del limite. Ci sono punti, linee, attraversamenti che vanno preservati, distanze che non vanno colmate, ma vanno interrogate. Per poter operare questo movimento è necessario accettare il limite della nostra posizione nel mondo, la responsabilità e la cura verso il posizionamento altrui.

La difficoltà ad accettare le posizioni altrui, la prepotenza di credere che l’unica posizione accettabile sia la propria, la vediamo svolgersi sulla nostra pelle nei riguardi di ciò che è, rappresenta e viene vista la Casa delle Donne Lucha y Siesta.

lucha_sempre_[Illustrazione Rita Petruccioli]

Dieci anni di lavoro volontario, faticoso e soprattutto doloroso a fianco di chi decide di uscire da situazioni di violenza intrafamiliare, di violenza istituzionale, di solitudine e sofferenza portato avanti con determinazione anche e spesso a scapito delle nostre vite personali, credendo però fermamente che sia nostro dovere farlo, spesso si confronta con l’incomprensione e il giudizio, corredato da domande tipo “ si ma chi ve lo ha chiesto?” come se questa opera di grande valore sociale fosse un capriccio, una cosa di poco conto, qualcosa con cui riempire  il tempo.

Peraltro in questa fase in cui lo stabile è a rischio vendita per la malagestione ventennale di Atac e la nostra esperienza è in pericolo sentiamo dirci che il posto non è nostro ( e infatti è del Comune di Roma, cioè pubblico…per il momento almeno!), che l’occupazione non è accettabile perchè è illegale. Spesso sono le stesse persone che però non trovano inaccettabili le minacce di stupro alla Presidente Boldrini, le stesse che giustificano una violenza sulle donne domandando “ si ma come era vestita, cosa faceva in giro di notte?” o addirittura che trovano comprensibile l’evento terrorista di matrice fascista messo in atto da Luca Traini a Macerata.

Ecco rispettare la pluralità dei punti di vista è importante, trovare spazi di confronto anche da posizioni diametralmente opposte è ciò che ci si aspetta da una società matura e democratica, mettere a tema le differenze che esistono tra giustizia e legalità in una fase storica in cui i diritti vengono confusi con i privilegi è compito di tutt*, ma a tutto c’è un limite e quel limite non può che essere l’umanità.

Lo sguardo è importante perché la realtà intera assume forme molteplici secondo il punto di vista da cui la osserviamo. Il migrante può essere colui che si sposta per necessità o l’invasore straniero, gli operatori umanitari sono coloro che salvano vite o che favoriscono i viaggi clandestini, la donna che vive in un Centro Antiviolenza è vittima o forse ha scelto di reagire alla violenza. Oggi le visioni nette e unanimemente condivise a tutela della dignità umana, dell’autonomia e del rispetto delle donne e dell’accoglienza per tutte e tutti, sono minacciate da visioni xenofobe e fasciste che non possono avere dignità di esistere e su questo noi vogliamo giocare di attacco e reagire nel resistere.

In 10 anni di Lucha y Siesta abbiamo visto crescere l’interesse per l’esperienza di questa casa delle donne sui generis. Oggi riceviamo numerose proposte di interviste, di foto e di video per “raccontare quello che state facendo” ci dicono. Abbiamo dovuto fare i conti con risultati poco graditi che hanno distorto con sguardi romantici e paternalistici la nostra pratica, restituendo un’immagine di storie tristi e di donne dimesse molto lontana dalla realtà dei fatti, che noi vedevamo piena di rabbia e di rivendicazioni ad alta voce. La nostra realtà quotidiana era molto più complessa di come la vedevano gli occhi esterni e spettava a noi il compito di decostruire il pregiudizio che agivano su di noi.

Dopo la festa, il rito e il silenzio abbiamo scelto la lotta! Gridavamo in ogni modo.

Sembrava che fra lo sguardo dell’osservatore o dell’osservatrice – non ne facciamo qui una questione di genere – e quello delle osservate (noi) si fosse frapposta una lente ad ingrandire ciò che i primi intendevano mettere a fuoco, riducendo a piccole sfumature quei punti di forza che noi attiviste consideravamo i nostri pilastri; l’autonomia, l’autogestione, la sorellanza.

Perché l’unica sicurezza sono le donne del mondo che si autorganizzano! diciamo ancora!

Nel raccontare un esperimento che sfugge agli stereotipi con cui si etichettano i luoghi simili e chi li attraversa, visti di solito con sguardi che vogliono sapere troppo dei vissuti e dei dolori personali, interessati a intrufolarsi nei luoghi privati e a indagare il rapporto di “assistenza” fra la donna operatrice e la donna che chiede aiuto, si rischiava di agire contro di noi che vedevamo restituirci un’immagine subalterna di noi stesse. Col tempo, quest’immagine stretta è diventata insopportabile tanto da costringerci a chiederci come fosse possibile raccontare Lucha senza omologarla alla visione di cui lei stessa rappresentava la negazione evidente.

Nel tentativo, ancora in corso, di trovare il modo giusto di agire abbiamo voluto assumere un punto di vista chiaro che rispecchia una convinzione dalla quale non ci vogliamo separare: che la narrazione pubblica della nostra esperienza ha la voce della trama collettiva che ci tiene tutte unite aldilà dei ruoli e delle biografie. La scelta di non mettere in primo piano le storie delle donne che attraversano Lucha, sottraendole cosi a sguardi curiosi, mira a scardinare il modello secondo cui c’è una vittima della violenza di genere e per essere creduta deve raccontare. Come in tribunale sembra essere l’esposizione pubblica del vissuto doloroso della vittima l’unica portatrice di verità, con tutto il suo corollario di condivisione estrema delle ferite, dei fatti, delle vicende personali. Cosi facendo, noi diciamo che le storie personali acquisiscono forza quando diventano collettive e rivendicano spazi sempre più ampi di esistenza da condividere e scambiare. In questo modo il nostro discorso vuole essere politico. Uscendo dalla visione concentrata sulla storia della vittima scegliamo di guardare la realtà da punto di vista che ci permette di vedere colei che si rivolge a Lucha come una donna coraggiosa che ha scelto di fare un passo in avanti e l’operatrice come la donna che, in quel momento, può supportarla e accompagnarla nel percorso di autonomia. Uscendo dalla visione concentrata sulla storia della vittima, la donna che vive violenza può accorgersi di non essere indifesa e di avere a disposizione gli strumenti per reagire. In questo modo tutte ne usciamo più fortificate ed è una vittoria comune.

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