I Fumetti di Raina Telgemeier: la chiave universale di un caso particolare

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Di Giulia Sagramola.

La produzione di Raina Telgemeir, autrice di fumetti statunitense, è incentrata sulla narrazione, spesso autobiografica, di storie che hanno ragazzine come protagoniste. Nel corso degli anni, i suoi libri hanno acquisito un vasto pubblico creando intorno all’autrice una comunità di giovani lettrici e lettori affezionati.

Il suo lavoro ha il pregio di aver portato nell’ambito del fumetto un tipo di narrazione che aveva ancora poco spazio: la vita vista dagli occhi delle ragazzine. E, anche questo significativo, il suo lavoro è rivolto soprattutto al pubblico di cui narra: un’età a cavallo tra fine delle elementari e l’inizio del liceo.

In Italia, il fumetto per questa fascia d’età era principalmente monopolio della Disney, era però dedicato anche a un pubblico più giovane, a parte progetti più recenti come Witch o Monster Allergy. Un dodicenne che volesse proseguire o ampliare le sue letture a fumetti finiva per indirizzarsi verso i manga, che spesso però avevano uno stampo narrativo più adulto, nel trattare tematiche come primi amori e sessualità. Per circa vent’anni i manga sono stati l’unica fonte di soddisfazione per ragazzini amanti dei fumetti, in cerca di storie che li rappresentassero nell’avvicinarsi all’età adulta.

Nell’ultimo decennio nuovi progetti hanno iniziato a trovare spazio, c’è ancora una grande necessità di nuove storie, gli editori oggi lo sanno: se ci guardiamo intorno quasi tutte le case editrici che pubblicano fumetti hanno creato sezioni apposite per ragazzi. Nel 2010 Topipittori ha aperto le fila con Gli Anni in Tasca Graphic, incentrati sul racconto autobiografico dell’infanzia a fumetti, subito dopo sono arrivate collane come Tipitondi di Tunué, Canicola Bambini e i Babao di Bao Publishing, mentre case editrici per ragazzi come Il Castoro Editore hanno sviluppato molto del loro catalogo intorno alla narrazione per ragazz@ a fumetti (con anche molti ibridi di romanzi young adult e narrazione grafica). Le storie della Telgemeir si inseriscono benissimo a riempire quel vuoto editoriale molto specifico già menzionato: la quotidianità dal punto di vista delle ragazzine.

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Smile è la storia autobiografica di Raina, una ragazzina di San Francisco al primo anno delle medie. La sua vita è quella tipica di una ragazzina occidentale: scuola, amicizie, ragazzi, brufoli, paura per dover iniziare a mettere l’apparecchio. Tutto nella norma fino a quando un giorno, cadendo, Raina si rompe gli incisivi. Da lì inizia un calvario di appuntamenti dal dentista con tanti cambi di apparecchio e ulteriori pressioni sociali nel sentirsi brutta, goffa, diversa.

Durante la mia lettura è avvenuta un’identificazione istantanea: mentre mi immergevo nelle sue avventure, disavventure ed emozioni, non potevo che ripensare alla mia vita da dodicenne e dirmi «questa ce l’ho».

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Raina si racconta con semplicità, evidenziando le sue difficoltà molto comuni a qualsiasi ragazzina, descrivendo nei dettagli com’è portare l’apparecchio, voler piacere ai ragazzi anche se fa paura e dover affrontare la pubertà sia a livello fisico che sociale. Con delicatezza e linearità, l’autrice si addentra su riflessioni sul corpo che cambia, sul sentirsi diverse ed escluse se non si è conformi agli standard di look, apparenza o atteggiamenti a cui tendono convenzionalmente le ragazze di quell’età. Per via della narrazione ben strutturata e allo stesso tempo la schiettezza con cui queste tematiche vengono raccontate, l’immedesimazione è molto facile.

Raina si ritrova anche a vivere il terremoto di San Francisco nel 1989, con tutte le emozioni destabilizzanti che questo comprende. Anche qui non ho potuto che dirmi «ce l’ho anche questa!». Anch’io facevo le medie quando c’è stato il terremoto del ’97 tra Umbria e Marche, la mia regione.

Inevitabile sentirmi particolarmente vicina alla vita di questa ragazza anche come autrice: pensavo da tempo a come avrei voluto narrare le mie scuole medie e tutte le sfighe che mi hanno accompagnata in quel periodo di bullismo e incertezze, nel libro della Telgemeier ho trovato molte risposte su come poter raccontare in modo leggero, ma anche immedesimante, la quotidianità.

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Aldilà di quello con cui mi sono identificata a livello personale, il modo in cui è raccontata questa storia è da subito accessibile. Lo stesso si può dire per il resto della sua produzione. In Sisters l’autrice si concentra sul suo rapporto burrascoso con la sorella, dalla sua nascita in poi, portando sempre in luce la chiave universale del suo caso “particolare”. La Telgemeir si addentra sempre nei dettagli del particolare che hanno reso speciale e unica la sua esperienza di ragazzina, il suo amore per il disegno, il suo odio per i serpenti (adorati dalla sorella), i look da maschiaccio la continua competizione con la sorella. Questi “particolari” se ben narrati possono diventare il riflesso “universale” di quelle modalità che in diverse sfumature, tutti e tutte abbiamo vissuto. Nella narrazione della Telgemeir c’è una chiave per creare un legame tra lettore e autore, per sentirsi capiti tramite l’immedesimazione, nel poter dire «anche a me è successa una cosa così!».

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La forza di storie come Smile o Sisters sta anche nel raccontare la quotidianità dal punto di vista di chi, spesso nei fumetti, era un semplice extra delle avventure sempre declinate al maschile. Leggere storie in cui le protagoniste ti assomigliano o assomigliano a una versione piccola di te, ha un potere enorme e, nella sua semplicità, crea una preziosa consapevolezza in una giovane lettrice: quella di chi si sente soggetto rappresentato. Lei, lettrice, esiste come protagonista, non è l’unica ad avere avuto quelle esperienze e davanti a queste storie, può trovare uno spazio di condivisione e identificazione.

Le vendite esorbitanti dei libri della Telgemeir hanno rivelato qualcosa anche all’editoria: i fumetti non sono più letti soltanto da un pubblico maschile (era così già da tempo, ma probabilmente non interessava prenderne atto), le lettrici sono ormai una ampissima fetta del pubblico e le storie con protagoniste femminili sono sempre più ambite e possono vendere moltissimo. Quello che invece forse passa più in sordina è il messaggio – fondamentale – che storie di vita quotidiana come queste interessano anche il pubblico maschile e che come le ragazzine hanno spesso amato storie con protagonisti maschili, può succedere il contrario. Un ragazzino dodicenne può certamente identificarsi nelle disavventure della piccola Raina di Smile o nel rapporto contrastato con una sorella (o un fratello) in Sisters. Essenziale è che nel marketing e nella promozione l’editore eviti etichettature controproducenti.

Il lavoro della Telgemeir ha una grande capacità di generare empatia. I volti dei personagg@ così semplici e caricaturali, aiutano ancora di più nell’immedesimazione. La sua narrazione è coinvolgente e fa sentire subito vicini alle vicende della protagonista. Sicuramente in parte è anche dovuto al fatto che sappiamo di leggere una storia autobiografica, ma spesso questo non basta per rendere un fumetto così avvincente. Raccontare con freschezza e candore tematiche complesse come la pubertà, il diventare grandi, il primo approccio con l’attrazione fisica, il saper riconoscere le amicizie sincere da quelle superficiali, l’amore verso i propri cari anche quando ti fanno arrabbiare, non è affatto scontato. Il fatto che l’autrice lo faccia bene anche indirizzandosi a un pubblico giovane è certamente un valore aggiunto.

Mi fa piacere accennare al fatto che sono incappata nella scoperta di Raina Talgemeier per caso: avevo disegnato due copertine per Il Castoro, così la mia editor, conoscendo il mio lavoro autobiografico per Topipittori, mi ha regalato una copia di Smile. La copertina non mi aveva particolarmente colpito e, sfogliando il libro, lo stile dei disegni non mi sembrava vicino alle estetiche che mi interessano come disegnatrice. Per fortuna conosco piuttosto bene il mio rapporto con i fumetti per sapere che la narrazione per me viene prima di qualsiasi forma estetica e che se sento parlare bene di una trama posso andare oltre il disegno, per dare una chance alla lettura della storia. Il libro ha scardinato anche i miei pregiudizi iniziali sull’estetica del disegno.

Lo stile della Telgemeir è il perfetto riflesso del modo leggero e spontaneo con cui racconta le sue storie. Il disegno è in funzione della narrazione, non si perde in decorativismi o eccentricità, i volti in stile cartoon aiutano come già accennato all’immedesimazione e si prestano benissimo alle atmosfere leggere che vuole creare, utili per affrontare tematiche anche drammatiche, per contrasto.

Smile in Italia non ha avuto la stessa accoglienza dirompente che ha avuto in USA, senza questo regalo probabilmente avrei scoperto la sua esistenza molto tardi e sarebbe stato un vero peccato: è diventato uno dei fumetti che ho più amato negli ultimi anni e che mi sento spesso di consigliare.