Frida

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di Sara Pollice

Quando tempo fa parlammo con Simona Ammerata di quale potesse essere il mio contributo a questo Blog, il nome di Frida è arrivato spontaneamente. Tuttavia invece di essere un esempio tra gli altri, è accaduto che per me sia diventato subito l’indicazione di un unicum, l’ispirazione che non mi ha più lasciato per molto tempo. Non è stato né semplice né indolore calarmi nella vicenda di Frida Kahlo perché l’inscindibilità tra la sua vita e le sue opere mi ha fatto sentire assorbita in un’atmosfera totalizzante. Un’esperienza di studio applicata al vissuto di Frida si è rivelata coinvolgente fin nel profondo. Come avrei potuto parlare degli stereotipi legati a questa figura, così originale, irriducibile, vitale, questo motore di una potenza inesauribile quale fu nella sua breve vita Frida Kahlo?

Un punto di partenza ineludibile è che la popolarità di quest’artista è enorme. Dopo la sua morte avvenuta nel 1954 l’esperienza e il personaggio di Frida non hanno mai cessato di essere al centro del discorso pubblico. L’essersi messa in primo piano nei suoi quadri ed essersi rappresentata come soggetto privilegiato nella sua opera pittorica, come anche in fotografie e testimonianze, hanno facilitato l’assimilazione della sua figura nella comunicazione e nel mercato di massa. Una conseguenza inevitabile è stata la banalizzazione della sua figura, schiacciata su stereotipi di bellezza affibbiatigli a posteriori dall’industria dell’estetica finalizzata alla vendita di prodotti. Lei, che aveva rotto tutti i canoni borghesi del suo tempo agganciandosi alla cultura precolombiana come a una mitologia personale, all’unica cosmogonia attraverso cui potersi mettere al mondo, è stata issata a modello di bellezza su copertine patinate e sfilate di moda tra le più prestigiose. E’ diventata un’icona di stile, un marchio che fa vendere prodotti di moda.

John Galliano, Dolce & Gabbana, Christian Lacroix, Kenzo, McQueen, Viktor and Rolf, Karl Lagerfeld, Moschino … Tutti loro l’hanno riportata in vita. Claudia Schiffer, Salma Hayek, Laura Ponte, Nati Abascal, Milla Jovovich … tutte loro hanno vestito i suoi panni.[1]

Credo fermamente che Frida non potesse fare altrimenti, che l’operazione di esporsi con i suoi autoritratti le servisse per sopravvivere al dolore e alla solitudine. Sono convinta che Frida abbia creato il suo personaggio per potersi sentire morbidamente accolta da qualcosa che stava a pochi centimetri dalla sua pelle, mentre dentro il suo organismo operava la distruzione, prima[2] e dopo l’incidente quasi mortale che le occorse a 18 anni[3]. Quello che sostengo è che l’uso continuo dell’autoritratto per Frida debba essere ascritto ad una ricerca di un senso profondo che avesse la potenza di traghettarla verso la vita, ma non solo. Come afferma la scrittrice messicana Matha Zamora in un articolo del 2005[4]

“Privilegiando l’autoritratto come documento comprovante la sua presenza su questa Terra, Frida dipinge metodicamente quasi con l’intento terapeutico di darsi a un diario per immagini in cui fissa le proprie ossessioni”.

Lo sguardo di Frida è per altri una porta, un modo per esprimere la forza dell’essere umano.

“Certo, usò la pittura per raccontare sé stessa, e nel farlo raccontò anche la disabilità. Mostrò il suo corpo sanguinante, ferito, ingabbiato negli apparecchi ortopedici, in frantumi, in lacrime, sorretto dalla sedia a rotelle o con le stampelle. Ma in tutte queste rappresentazioni Frida non abbassò mai lo sguardo, non smise mai di fissare lo spettatore. C’è uno sdoppiamento, un dualismo psicologico tra la Frida che soffre e la Frida che guarda. C’è uno sguardo che non cede, che non consente di ridurre la persona al suo dolore, neanche quando è proprio il dolore il messaggio più esplicito dell’opera. E’ probabilmente in virtù del suo sguardo inflessibile che Frida Kahlo si è affermata come artista, e non come artista disabile. Sotto questo profilo, pur senza rivendicarla, riuscì a realizzare la vera inclusione.”[5]

Tuttavia come in una continua debàcle, dai grandi marchi la figura di Frida straborda fino a diventare un’icona per il pret-a-porter:

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“La Fridamania, come la definì un articolo del New York Times, consiste principalmente nell’estrapolare dei contenuti dalla biografia di questa artista e farli diventare materiale per gadget dozzinali adatti soprattutto alle richieste di mercato di donne e ragazze. Ragazze occidentali principalmente, ma non solo, che sentono l’esigenza di dimostrare il loro grado di emancipazione e consapevolezza con una cover per iPhone prodotta da un operaio sottopagato in qualche fabbrica del sud-est asiatico con la faccia di Frida stampata sopra.”[6]

Le idee egualitarie e la lotta che pervase sia la vita privata che la vita pubblica di Frida Kahlo attraverso le sue  opere e le sue prese di posizione, si perdono totalmente davanti allo sfruttamento della sua immagine, sfoggiata al polso da un’altra donna alla guida di un governo liberista con idee diametralmente opposte alle sue come Theresa May.

Un altro stereotipo legato a quello della bellezza non convenzionale di Frida Kahlo è l’idea che la sua sia stata una vita di genio e sregolatezza. La sua resistenza alla morte e alla distruzione nell’affermazione della propria immagine attraverso la creazione artistica, viene trasformata in un atto di mero anticonformismo. Tanto da associare ad uno dei suoi quadri il volto di Amy Winehouse,[7] quasi che il vuoto interiore a cui la cantante reagì con l’autodistruzione nella sua folgorante e breve vita sia paragonabile all’intensità e alla radicalità delle scelte di Frida Kahlo che amava dire di essere nata nel 1910 invece che nel 1907 perché voleva essere considerata figlia della rivoluzione Zapatista, che a 13 anni entrò nella gioventù comunista e che a 22 anni sposò Diego Rivera, il sovversivo.FRIDA-Inside_4_2048x

Persino il suo proto-femminismo ravvisato giustamente nella forza sovversiva della sua arte e del suo “partire da sé” con l’evidenza di un’autenticità feconda in tutte le sue espressioni, recentemente è stato colto dall’ondata commerciale che ha lambito il femminismo con l’invenzione e la diffusione di “Freeda”, il canale di video in cui si raccontano vite e opere di donne controcorrente, dietro il quale si cela un’operazione commerciale volta a conquistare fette di mercato fornite dalle nuove generazioni di donne emancipate[8].

Ma a dispetto di questo sfruttamento commerciale l’immagine di Frida Kahlo ha una sua irriducibilità e parla al cuore e all’inconscio di chi osserva le sue opere con animo aperto, entrando in relazione, spesso intima, con lei. Il suo messaggio di resistenza e la sua caparbietà nel perseguire la sua strada al di là di ogni condizionamento persistono e si diffondono attraverso le sue opere, ispirando scelte personali, politiche ed artistiche controcorrente.

La vita di Frida fuori dagli stereotipi insegna che una strada per superare gli ostacoli personali e sociali si può trovare dentro se stesse, per questo molti libri per bambine la prendono ad esempio per esercitare la mente delle più piccole ad immaginarsi fuori da quello che si richiede loro di essere. Il libro che scelgo di citare è quello dedicato a Frida nella serie delle “antiprincipesse” di Nadia Fink e Pitù Saa a cura di M. Azcurra[9] dove non si nascondono le fasi più drammatiche della vita di Frida Kahlo, pur essendo dedicato alla lettura per le bambine di otto anni.

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Le autrici spiegano che Frida ispira perché è

Una donna che non ebbe paura di mostrare il suo corpo, che dipinse su tela i momenti più tristi e più felici della sua vita, che nonostante i dolori fisici cercò sempre l’arte, l’allegria e lottò per il bene del mondo, non solo per lei stessa, ma anche per tanti altri”.

 

La ricerca di una genealogia femminile ha radici antiche che recentemente ha visto una ripresa fortunata anche attraverso nuovi mezzi espressivi come il fumetto. Frida vi si inserisce in quanto artista e donna che attraversò il suo tempo non restandone imprigionata ma lottando con tutte le sue forze per affermare il proprio essere.

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L’insieme di parola e disegno permette la contemporaneità di più piani di senso, dando validità a tutti e consentendo al lettore di accogliere la complessità di un discorso. Vanna Vinci nella sua graphic novel su Frida “Frida – operetta amorale a fumetti”[10] uscita nel novembre del 2017, accoglie proprio questa dimensione plurale, mettendo al centro del suo racconto un dialogo tra Frida e la morte. Attraverso le sue opere è impossibile non vedere che questo dialogo si aprì da subito e l’accompagnò sempre, basti pensare ai suoi numerosi tentativi di suicidio e alla straordinaria opera in cui li condensò “Quel che l’acqua mi ha dato”. [11]

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Tutt’altro lo stile espresso da Marco Corona nella sua biografia non convenzionale “KrazyKahlo”[12] , uscita nel 2006 in cui in un bianco e nero che esprime sostanza e mistero, Frida dispiega tutte le sue contraddizioni senza esotismo ma con uno sguardo tutto interiore che ci avvicina intensamente alla sua fragilità.

Questi sono solo alcuni esempi di come la figura di Frida possa essere accolta al di là degli stereotipi che l’hanno rinchiusa negli anni in un orizzonte commerciale lontanissimo da quello che visse ed espresse. E’ tuttavia evidente che la sua forza davanti al dolore e la fermezza delle sue scelte possa continuare ad essere fonte di ispirazione per tutt@ coloro che sono in cammino, in perenne ricerca e alzano la testa davanti al mondo affermando se stess@.

 

 

 

 

Note di testo:

[1] http://libreriamo.it/arte/decorare-con-arte-gli-art-toy-ispirati-a-frida-kahlo-van-gogh-ed-altri/

[2] Ebbe la poliomelite a 6 anni, una deformazione congenita alla colonna, malformazione pelvica e infantilismo ovarico (probabilmente all’origine dei suoi tre aborti), nel 1934  le vengono amputate cinque falangi del piede destro e fa molta fatica a cicatrizzare, perdita di peso e stanchezza cronica l’accompagneranno per tutta la vita, amputazione della gamba un anno prima di morire. “Frida Kahlo – una vita d’arte e di passione” Raquel Tibol 2002 Rizzoli

[3] Quando aveva 18 anni il corrimano di un tram le trafisse il fianco, bucò l’intestino e uscì dalla vagina. E’ stato Pino Cacucci nel suo “Vida la vida” a descrivere poeticamente la circostanza, parlando del fatto che tutti gridavano in quel momento verso di lei credendola una ballerina. Era accaduto, immagina l’autore, che accanto a lei fosse seduto un artigiano e che nell’incidente la busta di polvere d’oro che teneva in mano si fosse riversata su di lei ricoprendola. “Viva la vida!” – Pino Cacucci 2010 Feltrinelli

[4] “Frida Kahlo – ART Dossier Achille Bonito Oliva e Martha Zamora – Giunti 2005

[5] http://www.comune.torino.it/pass/artecultura/articolo-frida-kahlo-il-potere-di-uno-sguardo/

[6] http://thevision.com/cultura/frida-khalo/

[7] Il riferimento è contenuto in un volume edito da Assouline la nota casa editrice del design e del lusso: “Frida Kahlo: Fashion as the Art of Being” https://www.assouline.com/products/frida-kahlo-fashion-as-the-art-of-being

[8] https://www.dinamopress.it/news/ecco-cosa-c-e-dietro-freeda/

[9] https://www.milkbook.it/frida-kahlo-libro/

[10] http://www.fumettologica.it/galleria/frida-vanna-vinci-anteprima/

[11] L’opera è del 1938 ed è considerata la più surrealista. In essa Frida Kahlo trasfigura ogni parte tragica della sua esistenza legandole tutte come in un gioco di superficie fanciullesco nella sua vasca da bagno

[12] http://www.fumettologica.it/galleria/krazy-kahlo-marco-corona/

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