Buone mogli e sagge madri: breve storia del fumetto giapponese al femminile

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Di Susanna Scrivo

Non tutto il maschilismo viene per nuocere. Non se provoca una reazione dirompente, a tratti rivoluzionaria nelle donne di quella società che per secoli ha cullato suddetto maschilismo.

Che la società giapponese sia profondamente maschilista non è un mistero, né un pregiudizio dettato dall’ignoranza di una cultura tanto distante, e non solo geograficamente, da quella occidentale. D’altra parte, però, è proprio dalla cultura giapponese, e nella fattispecie da quella popolare universalmente conosciuta tramite i fumetti (manga) e i cartoni animati (anime), che provengono ormai da decenni personaggi femminili esempio di libertà, emancipazione e forza. Fujiko dà non poche gatte da pelare a Lupin, Lady Oscar è un esempio antologico di forza femminile, le tre sorelle di Occhi di gatto non sono di certo donnette spaurite e bisognose di un uomo al loro fianco, tutt’altro. Prima ancora, bisognerebbe sempre ricordare che è stata proprio una donna giapponese, la dama di corte dell’XI secolo Murasaki Shikibu, a inventare il genere del romanzo con il suo Genji Monogatari: in quanto donna e dama, ogni attività “rilevante” per la società le era interdetta, tranne quella letteraria, tranne la fiction, evidentemente considerata all’epoca in alcun modo rilevante.

Oggi, lo shojo manga, il fumetto per ragazze creato da autrici donne, rappresenta una voce molto importante nel bilancio dell’editoria giapponese. Alcune autrici hanno conquistato le più alte vette del prestigio e del potere (anche economico) in un’industria, quella del fumetto, che fino a pochi anni fa poteva essere considerata quasi prettamente maschile, e non solo in Giappone.

Eppure, la prima pietra della strada per l’emancipazione femminile nel mondo del fumetto giapponese fu messa da un uomo, certamente illuminato, ma pur sempre un uomo. E altri uomini stanno dietro gli eventi e i casi del destino che hanno generato la riscossa delle autrici e dei loro personaggi femminili che hanno ispirato le ragazze di mezzo mondo.

Lamù, Oscar François de Jarjayes e Nana Osaki hanno in comune una nonna e una storia di tutto rispetto. Vale la pena di conoscere questa storia un po’ meglio per apprezzare ancora di più loro, le loro autrici e quant’altro avrà ancora da riservarci il manga al femminile nei prossimi anni.

La nonna in questione è la prima protagonista di un manga di successo (e successivamente di un anime, e il più longevo esistente, visto che conta oltre seimila episodi ed è tutt’ora in onda dal 1969) è la signora Sazae, protagonista dell’omonima striscia a fumetti creata dall’autrice Machiko Hasegawa nel 1946 per un quotidiano locale, passata poi al nazionale Asahi Shinbun.

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Sazae è la perfetta incarnazione della ryôsai kenbô, la «buona moglie e saggia madre», definizione della figura che rispondeva ai dettami del codice Meiji del 1868, il cui scopo era modernizzare il Giappone sulla base del modello occidentale. Sazae è una donna moderna, sopravvissuta alla devastazione della seconda guerra mondiale. Le sue vicende familiari mostrano i cambiamenti nella società giapponese del dopoguerra: una donna non deve solo compiacere suo marito, ma può anche dire la propria in argomenti che vanno al di là dell’economia domestica, interagire in modo significativo con il vicinato e, a volte, imporsi sul capofamiglia. Per far questo, cioè per conquistare il diritto di effettiva partecipazione ai processi decisionali della famiglia, Sazae deve comunque dimostrare di saper gestire la casa, di essere una «buona moglie», e poi deve saper crescere dei figli robusti fisicamente e mentalmente, come ogni «saggia madre» che adempia al compito patriota di formare i nuovi cittadini giapponesi. Nel corso della serializzazione, Sazae diventa femminista, e continua non solo a seguire l’evoluzione del ruolo della donna nella società giapponese, ma quasi a precorrerla, a suggerirla: specchio e modello. A onor del vero, l’anime fu inizialmente prodotto con scopi decisamente meno idealistici ed educativi: trasmesso dalla Fuji Tv, fu a lungo «sponsorizzato» dalla Toshiba, che tramite le avventure domestiche di Sazae aveva modo di pubblicizzare i suoi elettrodomestici. Se negli Stati Uniti gli spinaci fanno la loro apparizione nei cartoons di Braccio di Ferro per pubblicizzare le verdure in scatola, mai apparse nella versione originale a fumetti, in Giappone ci si rivolge a un pubblico femminile per lanciare un’industria nascente proiettata verso la modernità.

Pochi anni dopo il debutto della signora Sazae, si assiste in Giappone alla nascita del genere destinato a sconvolgere il panorama editoriale fumettistico non solo giapponese, ma di tutto il mondo: lo shôjo manga, il manga per ragazze.

A questo punto, vale la pena porre per qualche istante l’attenzione su un aspetto interessante dell’influenza dei manga in Italia. Ai manga (e prima ancora agli anime, che in Italia hanno suscitato il conseguente interesse verso il fumetto, in ordine contrario alla concezione dei due prodotti) va il merito di aver avvicinato il genere femminile al mondo del fumetto, dominio maschile, solo di rado, e con discrezione, frequentato dalle donne. Tra le varie motivazioni di questo fenomeno c’è senz’altro la centralità dell’universo femminile negli shôjo manga, disegnati da autrici donne per un pubblico quasi prettamente di lettrici. Il genere, però, nasce dall’inventiva e dalla mano di un uomo, anzi di un dio: Osamu Tezuka (1928-1989), il  «il dio del manga».

Autore di opere celeberrime, come Jungle taitei (Kimba, il leone bianco, 1950), Tetsuwan Atomu (Astroboy, 1952), Black Jack (1973) e Adolf ni tsugu (La storia dei tre Adolf, 1983), Osamu Tezuka è a tutt’oggi apprezzato nel mondo non solo per l’innovazione apportata dal suo genio al manga e all’anime, ma soprattutto per i messaggi di grande impatto a favore dell’ecologia, del pacifismo e della tolleranza. Non stupisce che un autore dotato di tanta sensibilità e spirito di innovazione abbia sentito la necessità di dedicarsi anche all’universo femminile e di creare un’opera grazie alla quale sarebbero stati messi a punto i canoni dello shôjo manga. Ma qui occorre fare un salto nell’infanzia di Tezuka, e ripassare alla svelta qualche nozione di storia del teatro giapponese.

Osamu Tezuka trascorse la sua infanzia a Takarazuka, nella prefettura di Hyôgo. Sua madre aveva stretto rapporti d’amicizia con molte attrici di Takarazuka, e Tezuka, da bambino, ebbe l’opportunità di conoscerle personalmente e assistere ai loro spettacoli. Il teatro Takarazuka rappresenta in un certo senso la rivincita nelle arti sceniche delle donne del Sol Levante, nonché uno dei primi passi verso la loro emancipazione.

Takarazuka era una rinomata località di villeggiatura, famosa per le sue stazioni termali, eppure le mancava qualche attrazione particolare che facesse moltiplicare le vendite di biglietti ferroviari. L’imprenditore Ichizô Kobayashi, proprietario della linea ferroviaria Hankyû, che partendo da Osaka faceva capolinea proprio a Takarazuka, nel 1913 si chiese come promuovere il turismo nella cittadina. Ma la mente di Kobayashi era attraversata anche da un altro pensiero, quello di occupare la moglie in qualche attività che rendesse meno noiosi i suoi pomeriggi estivi. Fu così che Kobayashi finanziò sua moglie affinché, con un gruppo di amiche, formasse un gruppo teatrale tutto al femminile, che prese per l’appunto il nome di Takarazuka. Da secoli in Giappone il teatro era interdetto alle donne, alle quali era proibito recitare negli spettacoli tradizionali Nô e Kabuki. D’altro canto, all’epoca, cominciavano a essere popolari in Giappone la musica e gli spettacoli occidentali, i quali avevano spesso un risvolto sentimentale, con tanto di baci e altre effusioni pubbliche, malviste nel riservato Sol Levante. L’unica soluzione era far interpretare tali scene a due donne non sposate, così nessuno avrebbe avuto niente da ridire, e non sarebbero scoppiati scandali di sorta.

Ispirato a questo teatro di sole donne, e alle storie romantiche che in esso venivano rappresentate, nel 1953 Tezuka creò il fumetto Ribon no kishi (‘Il principe col fiocco’, più noto in Italia come La principessa Zaffiro), la cui protagonista è una ragazza costretta a vestire abiti maschili per proteggere il suo regno. Zaffiro, per errore di un angioletto, possiede un animo maschile e uno femminile, in lotta tra loro per affermare il desiderio di combattere come si addice a un nobile principe, e quello di essere una romantica e gentile principessa. La storia di Zaffiro è ambientata in un mondo di fantasia, avulso dalla realtà giapponese, e dunque alla principessa è in ogni modo risparmiato il ruolo della «buona moglie e saggia madre», sostituito da quello di «romantica eroina e saggia regnante». Con Zaffiro, i famosi occhioni dei fumetti e dei cartoni animati giapponesi diventano specchio di sentimenti romantici e «femminili», fino a quel momento bistrattati.

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[Immagine: Ribon no kishi di Osamu Tezuka]

Tra la nascita dello shôjo manga e la sua conquista da parte di autrici donne, cioè l’esplosione del suo successo, si verificano due eventi di portata mondiale, destinati a cambiare le politiche, l’economia e le società di diversi paesi, Giappone incluso: la rivoluzione sessuale e la diffusione dei computer. Tra gli anni Sessanta e i primi anni Settanta, il manga si configura come uno strumento per portare all’attenzione di tutti criticità sociali quali il lavoro, i diritti civili e le disparità, ma anche, e in larga parte, i problemi legati alla sessualità e alla condizione femminile nella società giapponese. È in quegli anni, grazie anche alla diffusione di computer e macchine fotocopiatrici, che nascono le prime dôjinshi, riviste amatoriali, fanzine, distribuite ai ritrovi e alle fiere del fumetto, totalmente autoprodotte da autrici singole o in gruppo. Le storie pubblicate nelle dôjinshi erano (e ancora oggi, in larga parte, sono) storie d’amore inserite all’interno dei generi più disparati, con protagonisti due uomini. Attraverso le vicende di protagonisti più o meno velatamente omosessuali, le donne giapponesi potevano rappresentare la loro doppia alienazione: quella legata alla vita pubblica, nelle scuole e negli uffici, massimo esempio della rigidità del modello sociale giapponese, e quella legata alla vita privata, vincolata all’obbligo del matrimonio e della procreazione. Al tempo stesso, rappresentando protagonisti uomini coinvolti in storie d’amore ricolme di sentimenti femminili, le autrici di dôjinshi riescono a liberarsi, quasi come in una catarsi, dai vincoli sociali che le immobilizzano.

Negli stessi anni, e per gli stessi motivi, altre autrici si impossessano del genere shôjo manga. A poco meno di venti anni dalla nascita di Zaffiro, nel 1972, è un’altra eroina sotto mentite spoglie maschili a raccogliere l’eredità della principessa con il fiocco: Lady Oscar. Riyoko Ikeda, a soli venticinque anni, crea il personaggio che consacra a livello mondiale lo shôjo manga. I canoni restano quelli siglati da Osamu Tezuka, si rafforza anzi l’uso di sfondi stellati e fioriti che enfatizzano sentimenti romantici e storie drammatiche. Riyoko Ikeda svolge una ricerca minuziosa su personaggi e fatti storici narrati, e l’ambientazione storica stessa, la rivoluzione francese, favorisce in Giappone l’interessamento di un pubblico femminile, incuriosito dall’esotismo delle vicende.

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[Immagine: Lady Oscar di Riyoko Ikeda]

Due manga rivoluzionari, ognuno a suo modo, ma che nascondono un’insidia: le donne che ne sono protagoniste si mostrano forti in virtù del loro lato maschile, e tutt’e due si abbandonano alla femminilità nel momento in cui si arrendono all’amore, cui sono «predestinate» proprio in virtù del loro essere donne. Va bene difendere il regno e battersi nella rivoluzione, ma quando è ora di apparecchiare la tavola le stoviglie prendono subito il posto di spade e baionette, senza se e senza ma. Una rappresentazione, per quanto simbolica, della reale condizione della donna giapponese, alla quale negli anni Settanta è permesso studiare, lavorare, avere una carriera, ma che mai deve dimenticare il suo ruolo di moglie e madre, quando il matrimonio aveva ben poche implicazioni romantiche. Negli anni Settanta, infatti, molte donne si sposavano ancora seguendo la pratica dell’omiai, cioè del matrimonio organizzato da familiari e conoscenti in base a vari criteri di «accoppiamento». Ancora oggi si pratica in Giappone l’omiai, ma molto più di rado.

Dalla metà degli anni Settanta a tutto il decennio successivo i personaggi femminili di manga e anime acquistano una caratterizzazione ben precisa. Assistiamo al fenomeno della divisione in «orfanelle» e «maghette».

Le prime, self-made girls, sono bambine sfortunate che con le loro sole forze si fanno largo nel mondo e trovano la loro felicità. Felicità che, nella maggior parte dei casi, corrisponde alla creazione di una famiglia, ad accasarsi, insomma. È questo il caso, per esempio, di Candy e di Georgie, rispettivamente protagoniste dei manga-feuilleton Candy Candy (Kyoko Mizuki e Yumiko Igarashi, 1975) e Lady Georgie (Yumiko Igarashi, 1983). In Candy Candy seguiamo le avventure dell’orfanella dal cuore d’oro, dall’infanzia all’età adulta, tra Inghilterra e Stati Uniti, nel corso della prima guerra mondiale; Lady Georgie ci accompagna attraverso le vicende drammatiche di un’orfana australiana che fugge in Inghilterra in cerca dell’amore e della verità sulle proprie origini.

Le seconde sono bambine qualunque che ricevono dei poteri magici dall’esterno, dagli alieni o da un oggetto misterioso, grazie ai quali possono assaporare in anticipo la gioia di essere giovani donne di successo. Come le orfanelle, le maghette hanno riscosso in Italia un enorme successo. Un esempio su tutti: Creamy Mami, di Yuko Kitagawa e Kazunori Ito, 1983. Creamy è una vera majokko, maghetta, degli anni Ottanta. Yu, una bambina che non riesce a conquistare le attenzioni dell’amico Toshio, riceve per un anno il potere di trasformarsi in una splendida idol, una cantante di successo. Naturalmente l’alter ego maggiorato di Yu riesce eccome a conquistare le attenzioni di Toshio, e di migliaia di altri fan. Le majokko danno una chiara indicazione alle bambine giapponesi: non temete l’arrivo delle prime mestruazioni, attendete con gioia lo sviluppo, perché da crisalidi diventerete farfalle e avrete un intero prato fiorito sul quale svolazzare prima di posarvi sul fiore prescelto. Prima di diventare buone mogli e sagge madri, insomma.

Negli anni Ottanta, però, altre due autrici hanno il coraggio di dare vita a personaggi femminili «diversi», forti in virtù della loro volontà e intelligenza, non di un potere sovrannaturale, e rivoluzionari pur non essendo armati di spada.

Waki Yamato, autrice di shôjo come N.Y. Komachi e Una ragazza alla moda, dipinge protagoniste che si muovono nel Giappone a cavallo tra il XIX e il XX secolo, il momento dell’apertura all’Occidente del Sol Levante, dunque un momento storico di grande cambiamento. Al di là delle tematiche che ci si aspetta di incontrare in un qualunque shôjo manga, quali l’amore, la scoperta della femminilità e il superamento di prove più o meno avventurose, Waki Yamato offre alle proprie lettrici delle protagoniste che sono donne del loro tempo, aperte all’innovazione, alla modernizzazione, alla «rottura» con una tradizione che vuole la donna oggetto del diletto degli uomini.

Rumiko Takahashi, soprannominata «la regina del manga», vanta oltre trenta anni di carriera come autrice di shônen e seinen manga, cioè manga con un target prevalentemente maschile. La sua specialità sono le commedie scolastiche dall’inconfondibile umorismo, arricchite da precisi richiami alla tradizione e al folklore giapponese, come la già citata Lamù. Nel 1980 Rumiko Takahashi tradisce il suo cuore di donna nella commedia romantica Maison Ikkoku, unica sua serie realistica, da molti considerata quella meglio riuscita del suo vasto repertorio. Se il finale consiste comunque in una cerimonia nuziale e nella nascita di una figlia, è interessante vedere come Kyoko, la protagonista, scelga tra due spasimanti di arrivare all’altare con quello meno indicato dal «buon senso» nipponico, con un perdente nato, povero e senza grandi margini di miglioramento. È l’amore vero che vince, non la convenzione sociale. Kyoko non è la «buona moglie e saggia madre» che ogni donna giapponese dovrebbe essere, ma una donna forte e autonoma, che si concede il privilegio di scegliere. E non è un caso che un personaggio del genere nasca dalla matita di Rumiko Takahashi, che nella sua carriera ha dimostrato quanto non sia necessario per le donne giapponesi sottostare al maschilismo della loro società.
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[Immagine: Maison Ikkoku di Rumiko Takahashi]

Su questa linea di emancipazione e autodeterminazione, assistiamo nei primi anni Novanta alla nascita di una nuova protagonista destinata a cambiare la percezione di se stesse nelle donne giapponesi. Usagi Tsukino, protagonista di Sailor Moon, manga di Naoko Takeuchi da cui è stato tratto un anime di successo mondiale, mostra alle sue lettrici che non c’è bisogno di usare travestimenti maschili per essere un’eroina, e che le donne, unite, possono persino salvare il mondo con le loro forze. Sailor Moon si può ascrivere al sottogenere shôjo delle maghette, ma la novità sta proprio nel fatto che i poteri non vengono conferiti a una singola, autorizzata a usarli per questioni relativamente circoscritte e di poco conto, ma a un gruppo di ragazze con l’arduo compito di salvare il mondo, compito fino ad allora affidato a virili robottoni, cyborg, ninja e nerboruti combattenti post-atomici.

Nel nuovo millennio, complice la crisi economica insorgente, la precarietà che sembra investire anche una società solida e che fino a poco tempo prima era rimasta saldamente ancorata alle proprie tradizioni come quella giapponese, si fanno strada in manga e anime protagoniste sotto ogni aspetto realistiche, in cui ogni lettrice può ritrovarsi. Le donne giapponesi non sono più brave mogli e sagge madri, si sposano (quasi) solo per amore, e scelgono anche di non procreare. Anche in Giappone, come in tutto il mondo occidentale od occidentalizzato, si fa largo il fenomeno dei dink, acronimo della definizione inglese double income no kids, cioè nuclei familiari di due persone in cui tutt’e due i membri della coppia lavorano e portano a casa uno stipendio. Anche lo shôjo manga, specchio della società che rappresenta, inizia a ospitare sempre più di frequente modelli di questo tipo. Nasce il nuovo shôjo manga, del quale Ai Yazawa è forse l’autrice più rappresentativa. Nana e le altre protagoniste di Ai Yazawa sono ragazze qualunque con sogni più o meno ambiziosi e più o meno realizzabili che si muovono sullo sfondo della metropoli giapponese, Tokyo. I rapporti con l’altro sesso sono moderni e «occidentalizzati», i dettagli, come gli accessori di moda, curati e riconoscibili. Ma piercing, tatuaggi, mode giovanili «sovversive» nascondono una rinnovata fragilità nelle donne giapponesi dipinte da Ai Yazawa, che sembrano aggirarsi spaesate in un limbo tra modernità e tradizione, confuse nelle priorità da dare alle proprie vite. Il successo personale sembra una necessità primaria, che però viene puntualmente messa da parte davanti alla possibilità di conquistare l’amore di un uomo, di creare una famiglia. Peggio ancora, il successo personale può anche essere accantonato, se in qualche modo minaccia il successo dell’amato. In Nana, in particolare, un solo personaggio sembra trovare un equilibrio accettabile tra la realizzazione di sé e l’obbligo sociale di cui è investita in qualità di donna. Si tratta di Junko Saotome, migliore amica sin dai tempi del liceo di una delle due protagoniste, l’ingenua Nana Komatsu. Junko si trasferisce a Tokyo insieme al suo ragazzo dopo aver conquistato l’accesso all’accademia di belle arti. Studia, lavora e riesce, unica tra tutte le protagoniste della serie, a mantenere stabilmente la sua relazione d’amore. Forse è con una punta di invidia che, spesso, gli altri personaggi si rivolgono a Junko e a Kyôsuke chiamandoli «coppia di pensionati», quasi a sottolineare che la durevolezza della loro coppia non può appartenere al presente così incerto e confuso, ma solo a un passato saldamente ancorato alle tradizioni, forse passibile di qualche innocuo ammodernamento quale l’aggiunta dell’amore all’obbligo patriota di formare una famiglia. Junko è, per così dire, la «buona compagna e saggia lavoratrice», che un giorno – perché no? – potrebbe diventare anche «dolce madre».

Negli stessi anni, in Giappone inizia a farsi strada anche il genere yuri, letteralmente “giglio”, in cui il candore del fiore in questione si fa metafora del rapporto omosessuale tra due donne. Nasce e si diffonde il manga a tematica lesbica (ma questa è un’altra storia, e verrà raccontata un’altra volta, come diceva Michael Ende!).

In anni più recenti, il genere shôjo manga sembra attraversare un momento di rielaborazione dei suoi cliché, e si assiste in particolare a una vera e propria scissione. Da una parte, vengono pubblicati manga in cui le ragazze giapponesi vengono rappresentate al culmine della loro proverbiale ritrosia e dell’aspirazione, più o meno indotta dalla società, a diventare mogli e madri. Esempi di questo tipo sono Bokutachi wa shite shimatta (La scoperta dell’amore) di Kaho Miyasaka, serializzato a partire dal 2007, Strobe Edge di Io Sakisaka, dello stesso anno, o i manga dell’autrice Maki Usami. Dall’altra parte, sono sempre più diffuse le autrici, come Kyousuke Motomi o Mayumi Yokoyama che propongono manga le cui protagoniste sono ragazze forti, libere, se necessario persino volgari o violente, determinate a portare fino in fondo i loro ideali e a realizzare i propri obiettivi. Dunque, in un certo senso, l’esatto opposto dell’immagine della donna giapponese così come è stata dipinta dalla tradizione.

Infine, a marzo 2015 è uscito il diciassettesimo e ultimo volume di una serie che stravolge alla radice il maschilismo giapponese e dà alle donne forse la più trasgressiva delle libertà, quella di essere una buona moglie di chiunque si ami, un uomo o un’altra donna, e una saggia madre quando la gravidanza è desiderata e non imposta dalla società. Si tratta di Liar Lily, di Ayumi Komura. La serie narra la storia d’amore alquanto sui generis di Hinata, una normale, anzi, mediocre liceale, e del suo ragazzo En, che odia talmente gli uomini da odiare persino la sua figura maschile, e che per questo si traveste quotidianamente da ragazza. Il titolo stesso, “il giglio bugiardo” rimanda al genere yuri, in questo caso in modo ingannevole visto che in realtà una delle due ragazze della coppia, En, è in realtà un ragazzo eterosessuale. Intorno alla storia d’amore di En e Hinata ruotano le vicende di tutti i loro amici e familiari, e l’autrice non perde occasione per proporre in modo accogliente e talvolta istruttivo ogni possibile variabile nata dagli incroci di genere, orientamento sessuale e identità di genere.

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[ Immagine: Liar Lily di Ayumi Komura ]

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