Di violenza e sorellanza. Le donne di Game of Thrones, tra centro e margine, potere e privato

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Di Federica Castelli

Premessa: le personagge di una narrazione libera

Sono una donna che si appassiona molto facilmente a ciò che non è reale: storie, personaggi, personagge. Rispetto a quando ero bambina, non mi immedesimo più così facilmente, ma senza dubbio, so ancora affezionarmi, amare, cercare risposte ai miei improbabili problemi nelle storie di fantasia. Per questo motivo ho cominciato a chiedermi cosa cerco laggiù, in quelle storie, e che cosa mi raccontano quelle figure che tanto riempiono la mia fantasia e quasi tutti i miei discorsi. E ho cominciato a chiedermi se queste risposte, che mi sono data nel tempo, possano essere utili anche per qualcun’altra. La risposta è: sì.

Il metodo che uso io per capire dove può portarmi una storia e i suoi personaggi non è certo un metodo ufficiale. Ogni regola astratta dal proprio contesto si trasforma in una riduzione normativa. Occorre invece inseguire delle domande: situate, lette assieme al proprio contesto, e alle esperienze di ognuna di noi. Queste domande orientano come una bussola, pongono criteri per comprendere.  Una narrazione al di là degli stereotipi produce libertà in chi legge, in chi scrive, e in chi racconta. Ma ci sono ricette pronte, piuttosto c’è una postura. E c’è una pratica.

E se una regola davvero ci deve essere, allora che sia questa: non puntare mai sulla quantità ma sulla qualità. Non accontentarsi mai di contare quante donne compaiono sullo schermo, quanto parlano tra loro, quanto si comportano (esattamente) come i personaggi maschili.

Questa storia mi apre dei varchi che non c’erano, o mi costringe a pensare in schemi dati, fissi? Come vengono rappresentate le donne, gli uomini, i bambini e le bambine che vedo? Sono libere, scelgono da sé la loro via, sono consapevoli e autodeterminate?

Le personagge sono soggetti e non oggetti della narrazione, della rappresentazione. Nelle storie che piacciono a me ci sono donne, uomini, bambine e bambini che si amano, si sentono liberi, cercano una via. Altre domande a mio avviso utili sono: a chi parla? Perchè mi parla?

E ancora: che operazione (di mercato, ideologica, politica) c’è dietro? Posso ribaltarla e rigiocarmela come un percorso che produce libertà?

Le personagge della mia vita sono state tante, diverse. Alcune oggi mi verrebbe da rinnegarle con forza. Eppure, devo ammettere, tutte mi hanno insegnato qualcosa, nel bene e nel male. Mi hanno insegnato che posso fare cose che vanno oltre la mia esperienza quotidiana, e che quell’esperienza posso trasformarla, a volte renderla migliore. Da bambina non mi importava molto che fossero personagge o personaggi: l’importante era prendere qualcosa di buono per me. Queste figure mi seguono ancora, in un modo o nell’altro. Altre mi hanno ingabbiato in passioni tristi per molto tempo, e alla fine le ho lasciate indietro. Eterne innamorate devote, tristi crocerossine, vittime del destino, vi ho lasciate indietro con l’adolescenza.

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Un caso particolare: le donne di Game of Thrones

Proprio perché è una serie complessa, e spesso molto controversa, Game Of Thrones è un ottimo modo per mettere alla prova quanto detto. Le donne di Game Of Thrones alcune le amo, altre le detesto. Alcune rispecchiano qualcosa di me (che mi piace), altre qualcosa di me che però non mi piace per niente. Ma, forse, questo è proprio uno dei motivi per cui queste donne sono interessanti, perché danno voce a esperienze diverse, alcune delle quali non riconosciamo, o addirittura ci ci spaventano. Dare voce anche a questo è aprire uno spazio di possibilità. Non tanto perché se un giorno vogliamo torturare qualcuno, essere spietate o dar fuoco a una città intera abbiamo una sorta di legittimazione nell’immaginario. Ma perché, invece, queste donne, spesso controverse, ci permettono di interrogare dimensioni socialmente inaccettabili, chiederci se e come agiremmo, e dare così una risposta vera alla domanda sul perché scegliamo di agire in un modo e non in un altro. Ci si conosce anche nella messa a distanza, e queste donne (o alcune di loro, almeno) nominano anche quel qualcosa che non riconosco come mio, e mi permettono di metterlo a tema, fino a capire perché quell’agire non mi appartiene. E, soprattutto, mettono questa riflessione sul piano soggettivo e non quello astratto del genere: sono io che (forse) non agirei in un certo modo, non è il mio genere a impedirmelo. Quante volte ci siamo pensate come donne deboli perché così ci è stato detto? Quante volte, invece, abbiamo pensato di non poter mai fare del male a qualcuno, perché “le donne sono buone per natura”? Non sto dunque sostenendo che queste donne ci devono far sentire autorizzate ad essere delle carnefici, ma sostengo invece che possono darci la consapevolezza per scegliere autonomamente di non esserlo.

Ovviamente, sto per mettermi nei guai. Lo so benissimo. E i motivi per cui la mia lettura viaggia pericolosamente sul filo del rasoio sono essenzialmente tre:

  1. Il rischio di essere smentita: la serie, anche se ben avviata verso la sua conclusione, è tutt’altro che finita.
  2. Il rischio di essere incompleta: i personaggi e le personagge di Game of Thrones sono un’infinità assoluta e non posso dunque che essere parziale e incompleta nel mio ragionamento.
  3. Il rischio del suicidio: un’operazione del genere, nel contesto di una serie che produce accanite tifoserie, è praticamente un suicidio sociale.

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Cersei: la violenza del potere

Cominciamo dalla figura più controversa, quella che ispira più odi e ire, Cersei Lannister, che è, a suo modo, un personaggio sorprendente, inaspettato, eppure al contempo tremendamente tipico.

Dopo una iniziale strategia personale di libertà (ritengo infatti che portare avanti una relazione – si ok, incestuosa – per puro desiderio, nel bel mezzo della scena centrale del potere, con le sue regole, le sue gerarchie, le sue ragioni e strategie strutturate proprio a partire dalle linee di sangue e dalle genealogie preordinate, è in certo senso un atto di libertà), strategia privata ma che sembrava promettere di mettere in discussione le linee di potere tradizionali, attraverso vari passaggi, Cersei arriva al vertice del potere. Non più moglie del re, in posizione di potere decentrata (eppur privilegiata); non più madre del re, in posizione di forte potere e ascendenza, ma ancora fuori dalla scena ufficiale: lei diviene IL RE. E lo diviene senza resti.

In questo movimento, Cersei arriva ad incarnare il potere, esercitandolo secondo modalità che ha ereditato dal maschile e che riproduce alla perfezione. Cersei governa proprio come gli uomini di potere che l’hanno preceduta, e di cui ha fatto propria la mentalità. In questo senso, è l’unica degna erede di suo padre che, anche se non è mai stato ufficialmente re, è stato davvero il cardine dei giochi di potere di Westeros. A questa razionalità, che riproduce mimeticamente, Cersei aggiunge una passione naturale per la crudeltà e la violenza. E mentre acquista potere, Cersei perde molto di sé (figli, relazioni, aspirazioni).

Cersei, che governa come il padre, ci dice tante cose, ci pone tante domande. Controversa e odiosa, è anche una fonte inesauribile per indagare il nostro immaginario. Non è infatti la solita regina cattiva delle favole. Piuttosto, ci racconta la storia di come il potere, se non lo si cambia alla radice, mangia tutto, pietrifica e indurisce.

Ma ci racconta anche di qualcos’altro. Cersei è il personaggio più odiato della serie. Un po’ per la sua casata di provenienza (che rappresenta il potere, la violenza economica, la gerarchia, le ingiustizie sociali), un po’ perché il suo agire continua a creare sconcerto, a scandalizzare per la sua crudeltà. Eppure, altri prima di lei hanno riempito la serie di momenti cruenti e gratuitamente violenti. Perché lei ci sembra così assolutamente cattiva, quando effettivamente lo è come molti altri, più di altri ma anche meno di altri? Succede forse perchè Cersei è una donna, e nessuno di noi è ancora pronto a figure così? Forse una donna che agisce come un uomo di potere, rende ancora più stridente quel che ripudiamo delle modalità calcolatrici e violente della politica?

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Daenarys: la violenza dell’ideale

Un’altra donna si staglia sugli scenari di potere, ponendosi come diretta antagonista al dominio di Cersei Lannister. Ad essere sincere i Lannister/Baratheon fin dall’inizio della serie hanno avuto solo antagonisti, e qualche alleato comprato col denaro, perchè così funziona la lotta per il potere. Stranamente però, l’immaginario collettivo è venuto a polarizzarsi su due figure femminili, apparentemente opposte, del potere: Cersei e Daenarys, la cattiva e la buona. Un po’ perché ci piacciono le distinzioni facili, un po’ perché siamo ancora abituate a pensare le donne come antagoniste, un po’ perché c’è dietro una certa fantasia maschile, un po’ perché l’idea di due donne che lottano per il potere sottintende che alla fine una delle due l’ottenga (fomentando così facili pseudofemminismi[1]). Una cosa che sfugge a tutti in questa divisione è la seguente: Daenarys, che ora nelle ultime stagioni contrappone i suoi tratti aggraziati ai lineamenti sempre più duri della regina Cersei, è sempre stata altrettanto crudele e violenta. Nella sua lotta (di classe) contro l’ingiustizia, ha lastricato vie di padroni e signori crocifissi, ha bruciato con i suoi draghi interi villaggi e città. La sua violenza è più impulsiva, più immediata, perché non è mossa dal calcolo, né dalla ragion di Stato, bensì da un (astratto) ideale di giustizia e di uguaglianza. Non è questo il caso di aprire una parentesi sulle contraddizioni tra agire rivoluzionario violento e l’idea stessa di rivoluzione (per quello, se volete, c’è L’uomo in rivolta di Albert Camus), ma questa digressione serve fondamentalmente ad evidenziare tre meccanismi:

  1. la divisione dicotomica in buone/cattive gode di ottima salute
  2. gli ideali giusti sembrano farci digerire meglio la violenza
  3. il percorso personale di Daenarys mette in atto in noi strategie di giustificazione molto radicate.
  4. Infatti, il personaggio di Daenarys, nasce come vittima: venduta al potere, stuprata, abbandonata, man mano sa farsi strada, arrivando ad essere una regina alternativa, la “regina dal margine” che scalda cuori e fomenta gli animi. Se poi questa regina, si comporta anche lei come un re (anche lei come suo padre, il “Re folle”), non mettendo in discussione le modalità del potere, questo ci disturba meno. In fondo, pensiamo, il fine giustifica i mezzi.

Catelyn, Sansa e Arya: il privato

Anche volgendo lo sguardo verso le altre donne al centro della storia abbiamo molto su cui riflettere. Le donne della famiglia Stark, ad esempio, che nell’economia generale della storia rappresentano il polo positivo poiché si muovono al di fuori delle strategie di lotta per il potere, hanno molto da dire. Un primo elemento, comune a Catelyn Stark e alle sue due figlie Sansa ed Arya è proprio il fatto che nessuna delle tre sembra inizialmente agire in vista dell’ottenimento di un potere politico (con differenti sfumature, e differenti percorsi). Il punto iniziale da cui queste donne muovono è il privato: a partire da Catelyn, la Madre con la M maiuscola, che mette la famiglia al centro dei suoi pensieri e che si impegna in uno scontro di potere solo nel momento in cui la sua famiglia – il futuro di suo figlio, il ricordo del marito, il destino delle figlie – sembra esigerlo. E una volta intrapreso questo percorso lo porta avanti con freddezza e calcolo. Eppure, nonostante questa centralità data al sangue e alla famiglia, Catelyn Stark non è la madre rassicurante e dolce che ci aspetteremmo. Allo stesso modo, le sue due figlie, imparano presto che la passione e il desiderio sono elementi pericolosi, che mettono a rischio se stesse e le persone che amano. L’amore per le sorelle e i fratelli si muta quindi in compostezza, raziocinio, e in vendetta.

Sansa ha imparato che inseguire i sogni d’amore, cullandosi passivamente nell’immagine stereotipata della bella principessa che cuce, ama e sposa il suo principe, per una donna non porta a niente di buono. Immagine illusoria che non solo la ingabbia e la rende cieca a quel che le accade attorno, ma che la porta a subire innumerevoli violenze senza riuscire ad opporre realmente resistenza. Sansa ha creduto che il potere di una donna risiedesse nella realizzazione di un sogno d’amore, e nell’essere al fianco di chi il potere lo detiene davvero. Sarà solo alla fine di un lungo e crudele percorso che si allontanerà dal ruolo imposto al suo genere, a cui aveva creduto fedelmente. Diverrà voce autorevole, ma severa, nella gestione del potere della roccaforte di Grande Inverno, capace di fare alleanze e portare avanti strategie condivise.

Arya è stata per molto tempo la beniamina di tutti. Piccola, irriverente, insofferente ai ruoli imposti. In un certo senso, l’esatto opposto di Sansa. Ci sembrava così limpida, schietta, sincera negli affetti. Perennemente in lotta contro le piccole ingiustizie. L’uccisione del padre davanti ai suoi occhi segna l’inizio di un percorso, tutto sempre giocato sul versante del privato, che la renderà, anche lei, oscura, ma anche bugiarda, calcolatrice, efferata e crudele. Niente di quella sua spontaneità e sincerità rimane nel suo percorso di vendetta, al punto che persino la relazione con la sorella Sansa rischia di essere compromessa in nome di una – sempre più astratta – famiglia da vendicare. La bambina perde se stessa, e diviene oscura e violenta. La sua violenza è cruda e totalmente orientata da un fine personale, privato, e da quel pizzico di narcisismo che la fa sentire la più pura di tutte, moralmente superiore.

Dal margine: Brienne e Ygritte1

Per trovare degli spostamenti interessanti dobbiamo spostarci sempre più verso i margini, dove troviamo due donne che sembrano appena accennate, troppo lineari, e che poco hanno di oscuro. Sono donne che dai fan vengono facilmente messe in secondo piano. Eppure c’è in loro qualcos’altro. Un femminile diverso, che ha un diverso rapporto con il potere, e il potenziale per un’immagine delle relazioni sociali diversa da quella generale della serie. Insomma, piccole storie molto preziose.

Brienne di Tarth appare forse come il personaggio più semplice della storia. Una donna, alta, grossa, fuori dai canoni di bellezza a cui la serie ci ha abituate, che combatte come un uomo. Apparentemente, niente di più banale: una donna “brutta” che viene fatta fuoriuscire dallo spettro dei personaggi femminili per porsi a metà strada col maschile. La virago che imita il maschile, ma che non ne è che una copia.

Ma allora perchè a me, donna ingorda di personaggi femminili, Brienne di Tarth piace così tanto? Perchè Brienne mi parla, a differenza delle altre, non di violenza, ma di forza. E con forza non intendo banalmente la sua forza fisica, che – nel quadro di tanta crudeltà e ingiustizia sociale non vale poi molto – ma una forza diversa: la forza che nasce nella relazione, nella sorellanza. Brienne mi racconta di una sorellanza nella disparità, che sembra mascherata da rapporto di potere (è Catelyn Stark che le ordina di proteggere le sue figlie) ma che quel rapporto lo deborda, e in un certo senso lo scompagina. C’è una strana ostinazione in Brienne nel mettersi costantemente a servizio di due donne che non ne comprendono lo slancio. Quell’ostinazione mi racconta due cose: un agire che va oltre le dinamiche di potere ma che invece segue dinamiche (pur se ambigue) di sorellanza, e contemporaneamente il pericolo dell’asservimento nella mancanza di riconoscimento tra donne. Brienne, paladina della sorellanza, procede anche dove non è amata, dove non ‘è riconosciuta.

Brienne, che è personaggio immediatamente positivo (a differenza di tutti gli altri personaggi non ci sono in lei ombre) non è per questo un personaggio piatto: nel suo agire cavalleresco sposta il piano dall’onore alla relazione con le altre donne. Inoltre, si discosta dall’immagine del cavaliere bidimensionale. Non rinuncia completamente a sé e si innamora del suo nemico. Questo amore non è asservimento romantico, ma una specie di non detto che fa saltare le divisioni di potere e che, lo abbiamo visto nelle ultime scene dell’ultima stagione, innesca dei processi che scompaginano le strutture e gli assetti antagonistici già dati.

Se invece vogliamo parlare del margine non solo in riferimento al piano della narrazione centrale, ma nel senso insieme più fisico e simbolico di questa parola, allora non possiamo non pensare a Ygritte che, in quanto donna e rappresentante della popolazione dei bruti, rappresenta il margine simbolico per eccellenza. Senza dilungarmi troppo sul ruolo della struttura speculare e dicotomica nella costruzione identitaria e fallologocentrica del pensiero occidentale, (tema su cui rimando a Speculum di Luce Irigaray), vorrei semplicemente sottolineare come il nesso donna/alterità, donna/straniero sia un dispositivo fondamentale della costruzione simbolica delle identità, sia a livello soggettivo, che a livello sociale e politico.

Ygritte è parte di una popolazione espulsa dai confini dello spazio politico. Fuori da ciò che è governabile, in quanto razionale, umano. I bruti vivono oltre la barriera, vengono dipinti come barbari, incivili, una comunità rozza a confronto con l’architettura politica dell’area centrale di Westeros, l’area della civiltà. I bruti sono completamente fuori dalle dinamiche del potere, se non nella misura in cui questo potere struttura la sua identità e quella dei suoi sudditi per contrasto e rifiuto rispetto a loro. Sono coinvolti nella sua costituzione come fantasmi dell’alterità. Ygritte è dunque la negazione che rafforza l’identità: è una bruta, fuori dai confini razionali del politico; la sua gente è gente “libera”, non esegue gli ordini di alcun re e conferisce autorità non secondo un diritto di nascita (come nella monarchia), ma per libera elezione del popolo (come nella democrazia, in un interessante rovesciamento della retorica greca che ha alimentato la visione politica occidentale, per la quale i barbari erano troppo rozzi per la democrazia, e avevano bisogno di qualcuno che li comandasse come sudditi); abile combattente in un contesto in cui questo non è eccezione, ma normalità, Ygritte evidenzia con forza il fatto che i bruti fanno saltare le categorie su cui è costruita la società al di qua della barriera; infine, Ygritte esprime un desiderio sessuale schietto e lontano da ogni finalità di potere, fine a se stesso, che entra in collisione con le strutture e le gerarchie del mondo occidentale (il voto di castità fatto da Jon Snow). Per tutti questi motivi la relazione tra Ygritte e Jon Snow (un figlio bastardo di un potere locale, almeno al momento del loro incontro) mette in discussione gli assetti e sposta il conflitto su un altro piano, quello con gli estranei: con Ygritte Jon si avvicina ai bruti, poi diviene loro alleato mettendo in discussione la divisione di qua/di là della barriera.

In quel suo “Tu non sai niente, Jon Snow” che tutti abbiamo letto come un accenno alla verità sulla sua nascita e sul suo destino, giace un altro potente significato: il sapere che dal margine mette in questione le false dicotomie e i giochi speculari su cui il potere occidentale è costruito. Un sapere dal margine che toglie fondatezza ed esclusività alle narrazioni identitarie e ai rigidi formalismi della società identitaria.

In conclusione

Una cosa che mi colpisce molto rispetto al rapporto che il pubblico ha con Game of Thrones è la doppia modalità, la doppia scala di giudizio che lo segna. Se da un lato, la serie ci ha abituato a scene sempre più ricorrenti di violenza ed ingiustizia, davanti alle quali man mano il nostro scandalo viene meno, è pur vero che il piano del giudizio si sposta su un altro piano, quello dei personaggi (e in modo ancora più evidente, delle personagge). Quello che torna nei discorsi tra amici, nei forum, ma anche nei semplici commenti sui social networks è un fortissimo meccanismo giudicante nei confronti di queste donne. Forse è questa la loro funzione? In un mondo narrativo che assomiglia molto a quello reale – per la sua violenza, la morale relativa, le ingiustizie sociali e la dominazione dell’economico – forse un punto da indagare è questo: come mai siamo così tanto giudicanti, così tanto netti e dicotomici quando ci rapportiamo a loro? Forse perché anche da adulti, cerchiamo nelle storie qualcosa di noi, e ciò che non ci rispecchia ci produce allontanamento, a volte fascino, ma comunque produce delle domande nascoste. Il sentimento più immediato, la reazione più umana è il giudicare. Raramente siamo così giudicanti, così netti e impietosi come lo siamo nei nostri giudizi verso qualcosa che non esiste, o che almeno non esiste nella nostra immediata esperienza diretta (ma forse esiste nella casa affianco, nel paesino dove andiamo al mare, o nei palazzi di governo). Siamo impietosi, come se questo giudizio eclatante allontanasse da noi il male che sappiamo non essere solo una fantasia. La Catarsi aristotelica? Forse.

La natura violenta e fallologocentrica del potere; la necessità di una messa in discussione della struttura del potere stesso; la lotta violenta per l’ideale di giustizia come contraddittoria; la crudeltà che rimane tale a prescindere dalle sue giustificazioni; l’opposizione frontale tra due donne come  storia vecchia che ancora funziona; le dinamiche velenose del privato; l’astrazione della “famiglia” che oscura le relazioni reali; la vendetta impolitica e la cancellazione delle relazioni; la sorellanza e il riconoscimento; il discorso dal margine e la messa in discussione dell’orizzonte unico; il desiderio, le relazioni, le passioni che scompaginano il potere: ecco alcune idee che queste donne d’inchiostro e pellicola mi suggeriscono. C’è moltissimo da indagare, rispetto a noi stesse e rispetto ai nostri luoghi e alle nostre relazioni. E c’è moltissimo da mettere in questione.

Le donne di cui vi ho parlato fanno (anche) questo: portano in un mondo che non esiste per porci domande ben precise su quello che esiste attorno a noi, e forse, in un certo modo, riescono a farci fare le domande giuste per capire chi siamo, cosa desideriamo, che rapporto abbiamo con le altre donne attorno a noi. Soprattutto, cosa scegliamo di non vedere.

[1]    Ora lo dico una volta per tutte: il femminismo non cerca di prendere il potere, cerca di cambiarne radicalmente i presupposti.

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