La principessa coi capelli a scodella: il mondo fantastico di Fantaghirò

Articoli

di Roberta Pasqua Mocerino

 

Fantaghirò persona bella

ha gli occhi neri e dolce la favella

oh mamma, mi pare una donzella!

È con questi tre versi in rima baciata che un attonito Principe Azzurro confessava alla Regina Madre i propri dubbi sul sesso di un certo efebico cavaliere nemico, gettando ombre “inquietanti” anche sulle proprie inclinazioni sessuali. È normale, direte: se siamo arrivati al punto in cui perfino Elsa di Frozen si ritrova invischiata nel pantano del gender!¹ Ebbene, in realtà il fatto è successo molto tempo fa, nell’epoca senza tempo delle fiabe popolari italiane raccolte da Italo Calvino. La fiaba – inserita tra quelle tipiche del Montale Pistoiese – è presto raccontata: c’era una volta un re impegnato in una lunghissima guerra (tanto lunga che si era scordato perfino il motivo per cui era scoppiata). Questo re aveva avuto la sfortuna di invecchiare senza generare un erede maschio, in grado cioè di continuare il conflitto dopo di lui. Le sue figlie – Assuntina, Carolina e la piccola Fantaghirò – erano, in quanto femmine, inadatte all’arte bellica. La prima e la mezzana, ben contente di non doversi occupare di “cose di maschi” si fanno i fatti loro, la terza invece rivela da subito uno spirito indipendente, guerresco e testardo, tanto da convincere il vecchio padre a farla travestire da cavaliere e a mandarla in battaglia. Da questo evento nascono le molte peripezie di Fantaghirò che, sempre rigorosamente travestita da uomo e giocando sull’ambiguità della sua identità sessuale, arriverà allo scontro finale col figlio del re nemico. Ora, nella nostra tradizione letteraria ce ne sono di donne che vanno alla guerra (Giovanna D’Arco, Clorinda, Camilla, Pentesilea…) e la fiaba si muove su molti dei topoi legati alle donne guerriere: c’è l’identità nascosta, c’è la fierezza, e soprattutto c’è l’intangibilità legata allo stato virginale dell’amazzone. 

Annunci

Trovare una porta in un muro compatto – Il mio interesse politico per la fantascienza

contributi

di Sara Pollice

La lettura di Ragazze elettriche e de Il racconto dell’ancella è stata per me un ritorno alla fantascienza. Avevo tredici anni quando mia madre mi iniziò alla lettura dei libri di Isaac Asimov e una pre-adolescenza confusa e triste si trasformò gradualmente in una delle realtà possibili a cui potevo sottrarmi, in cui potevo vivere, anche parzialmente. Grazie a quelle letture la mia mente si apriva a declinazioni molteplici che gettavano luce anche su quelle che all’epoca erano, a tutti gli effetti, le mie trappole esistenziali. L’assoluto di un’educazione cattolica unita alle pretese di controllo da parte di genitori senza un progetto famigliare (destino comune a molt* fino agli anni ’70 almeno) era mitigato dall’innamoramento di mondi alternativi.

Fuori luogo. Fantascienza e femminismo

contributi

Ovvero: perché, come femminista, ho bisogno di fantascienza ogni santo giorno.

di Federica Castelli

Durante il mese di ottobre (ed esattamente il 12, 19 e 26, qui il programma) all’interno della Casa delle donne Lucha y Siesta, prenderanno vita i nostri immaginari. Popoleremo l’aria di futuro e di donne straordinarie. Abbiamo infatti pensato e organizzato – in un incontro tra Biblys, la biblioteca di Lucha, e la rivista femminista DWF, di cui faccio parte – una rassegna su femminismi e fantascienza.

Detto in breve, 3 incontri, gratuiti e aperti, per approfondire e discutere insieme a partire da una prospettiva femminista e attraverso lo sguardo di grandi scrittrici di fantascienza, alcune tematiche di stringente attualità: dal corpo al potere, dalla maternità all’ambiente, dalla realtà agli universi infiniti.

Il morso della reclusa

Recensioni

di Massimo Faggiano

Ci sono autrici, come autori, che leggerle ti fa sentire a casa. Ci sono
autrici come Fred Vargas di cui si attende quando esce il libro e quasi
religiosamente si va immediatamente in libreria per prenderlo. Così è
stato anche per “Il morso della reclusa”, uscito poco più di un mese fa.
La reclusa di cui parla Vargas non è una detenuta. O forse sì. Come
il Loxosceles reclusa il ragno protagonista della “seconda inchiesta”
perché in questo romanzo a differenza degli altri, non abbiamo un solo
caso su cui il commissario Adamsberg, l’icona maschile e protagonista
dei gialli della Vargas, sarà costretto ad indagare.

“- Non ci posso credere, – disse Danglard, – non ci voglio credere.
Torni fra noi, commissario. Ma in quali nebbie ha perso la vista, porca
miseria? – Nella nebbia ci vedo benissimo, – replicò Adamsberg in tono
un po’ secco, appoggiando i palmi sul tavolo. – Anzi, meglio che
altrove.”

Riconoscersi nella complessità

Articoli

di Sara Pollice e Giorgia Serughetti*

 

Cosa succederebbe se un giorno le donne scoprissero di possedere una forza fisica inaspettata e di poter ribaltare grazie ad essa i rapporti tra i sessi? E cosa succederebbe se invece un nuovo potere politico riuscisse a ricondurle in uno stato di assoggettamento totale, a farne delle schiave, serve e riproduttrici? Sono le opposte distopie di Naomi Alderman (Ragazze elettriche) e di Margaret Atwood (Il racconto dell’ancella). La narrazione di due futuri possibili e di due grandi paure del presente, che rappresentano anche gli estremi tra cui si muove oggi molto pensiero e agire politico femminista: da una parte la forza e il potere delle donne, dall’altra la loro vulnerabilità.

Come si è visto in modo particolarmente vivido nel dibattito nato intorno a «Me Too», ma anche in tante discussioni su temi controversi come la prostituzione o la gestazione per altri, alcune voci difendono un’immagine potente delle donne, padrone della propria libertà; altre denunciano soprattutto l’esposizione dei corpi femminili alla violenza. Le prime rischiano di metterne in ombra la vulnerabilità; le seconde di oscurarne la forza e la capacità di agire conflitti, invocando, al fondo, una protezione di stampo paternalista da parte dei poteri pubblici.

Intervista a Zerocalcare

Interviste
  1. Come autore/autrice racconti dei mondi, produci nuove visioni della realtà. A volte racconti cose che vedi, altre volte cose che desideri. Nel farlo utilizzi, riproduci o costruisci strumenti per leggere e interpretare il mondo attorno a noi. Con quale consapevolezza ti poni davanti a questi mondi che crei e ri-crei? Ne sei responsabile?

 

Vuoi perché sono cresciuto in un ambiente in cui si è sempre data molta attenzione a come si racconta il mondo, vuoi perché purtroppo sono un control freak e voglio sempre avere il controllo del quadro complessivo e delle conseguenze di tutto ciò che faccio, ma in generale cerco di non lasciare nulla al caso, pure in maniera patologica semmai.

Dal momento che racconto perlopiù storie autobiografiche, o che derivano comunque dall’osservazione della realtà che mi circonda, a volte incontro vicende che, se raccontate in maniera “neutra” e superficiale, rischiano di diventare facilmente strumentalizzabili in quanto magari ricalcano certi stereotipi che cerco di combattere o si inserirebbero in una narrazione della società che considero dannosa e sbagliata. Penso a due casi specifici che mi sono capitati sul blog: il racconto di un litigio di coppia e una pessima esperienza in una notte al pronto soccorso. Si trattava di due episodi con un sacco di spunti divertenti che mi sarebbe piaciuto disegnare, ma poi mi sono immaginato le reazioni nei commenti sul blog, che ormai ho imparato a conoscere: nel primo caso sarebbero fioccati i commenti sessisti ed i luoghi comuni di genere, nel secondo le invettive contro i lavoratori della sanità “fannulloni” e poco efficienti.

Ora, per me l’opera è importante non tanto e non solo in sé, ma anche e soprattutto per gli effetti che produce sul mondo che ci sta intorno, che pure se non devono essere necessariamente benefici, almeno che non siano dannosi. Per questo magari in quel caso ho invertito sessi nella coppia, oppure saltato a pié pari il racconto del mio incontro con gli infermieri. O altre volte cerco di valorizzare certi aspetti a discapito di altri. Alle brutte, ci inserisco almeno un disclaimer che spiega il mio punto di vista. Questo dal punto di vista narrativo è un po’ una sconfitta sicuramente, perché un bravo autore dovrebbe cercare di far passare il proprio punto di vista attraverso l’opera stessa, non con delle pecette didascaliche, ma io non sono un autore così bravo o forse non me la sento abbastanza calla, così preferisco non correre rischi.

Intervista a Rita Petruccioli

Interviste
  1. Come autrice racconti dei mondi, produci nuove visioni della realtà. A volte racconti cose che vedi, altre volte cose che desideri. Nel farlo utilizzi, riproduci o costruisci strumenti per leggere e interpretare il mondo attorno a noi. Con quale consapevolezza ti poni davanti a questi mondi che crei e ri-crei? Ne sei responsabile?

Nel raccontare storie anche solo per immagini, come è nel mio lavoro da illustratrice, c’è una grossa responsabilità.
La responsabilità sta nel fatto che un autore è fondamentalmente un filtro con la realtà. Che si occupi di fiction o di non fiction, tramite il suo operato di scrittura e immagini un autore mette in atto una sintesi sulla realtà e la restituisce al lettore sotto forma di opera.
Questa sintesi viene operata ogni volta che si racconta una storia, anche a parole tra amici, ma è l’ esserne consapevoli o meno quello che cambia tutto.
Per quanto mi riguarda questa consapevolezza non è qualcosa di innato, è cresciuta insieme al mio lavoro e continuerà inevitabilmente a farlo.
Raccontare delle storie porta per forza di cose a porsi delle domande su se stessi e sulla realtà e se per me come per molti altri colleghi e colleghe l’intento iniziale poteva essere esclusivamente quello di “esternare il proprio universo interiore e il proprio immaginario” il rapporto con il pubblico modifica questo intento. C’è stato un momento ben preciso in cui mi sono resa conto che quello che raccontavo aveva un effetto, un’influenza sulla realtà e che non era possibile ignorarlo. Essendo il mio lavoro principale quello di illustratrice per l’infanzia questa responsabilità la sento in maniera ancora più forte.
La consapevolezza dell’effetto sul mondo per me non è un limite ma un’amplificazione del mio immaginario come autrice. Confrontarsi in modo consapevole con la realtà, porta all’acquisizione di nuovi punti di vista, di nuove possibilità che altrimenti non sarebbero possibili.

Intervista a Giacomo Bevilacqua

Interviste
  1. Come autore racconti dei mondi, produci nuove visioni della realtà. A volte racconti cose che vedi, altre volte cose che desideri. Nel farlo utilizzi, riproduci o costruisci strumenti per leggere e interpretare il mondo attorno a noi. Con quale consapevolezza ti poni davanti a questi mondi che crei e ri-crei? Ne sei responsabile?

 

In un certo qual modo sì. Tutto ciò che ho creato, l’ho fatto sempre con in testa la consapevolezza che il fumetto fosse un media che non aveva nulla da invidiare a tutti gli altri e che qualsiasi tipo di narrazione o di messaggio al suo interno potesse essere trasmesso con la stessa forza di un film, un libro, o una canzone. Il primo senso vero di responsabilità mi è arrivato molti anni fa, era da poco uscito il primo libro di strisce di A Panda piace e io ero in giro a firmarlo. Un signore mi venne a ringraziare dicendomi di essersi da poco separato dalla moglie e che faticava a trovare un contatto con le due figlie piccole. Mi ringraziò perché le strisce di A panda piace erano un primo ponte fortuito che era riuscito a costruire comprando per caso il libro, e che le due bambine volevano passare ore con lui per leggerlo e rileggerlo. È un aneddoto che racconto spesso, e per me è stata un’esperienza molto importante perché è stata la prima vera testimonianza che qualcosa creato da me poteva avere un impatto nella vita di qualcuno, pure se erano delle strisce sceme di un Panda.

Sono stato fortunato perché ho avuto questo tipo di impatto molto presto in quella che poi sarebbe diventata la mia carriera da autore, quindi ho cercato di tarare tutto ciò che è venuto dopo tenendo a mente questa consapevolezza. Poi è chiaro, qualcuno dirà “vabbe’ ma sono solo fumetti”, ma si tende sempre a sottolineare poco quanto impatto positivo alcuni fumetti possano avere, perché noi per primi non ne abbiamo molta consapevolezza.

Creare e ri-creare mondi nuovi. Intervista a Giacomo Bevilacqua, Rita Petruccioli, Zerocalcare

Articoli

di Federica Castelli

Ogni redazione, così come ogni gruppo di lavoro ben affiatato, trova nel tempo le sue pratiche, le sue modalità, e i suoi tempi di elaborazione. Noi, fin da subito, ci siamo ritrovate con un’ottima abitudine: quella di discutere per ore, intense e concitate, dei temi e dei nodi a noi cari, quelli su cui ci siamo incontrate e riconosciute nel momento in cui si è deciso di dare vita a questo spazio.

A volte cominciamo a discutere a partire da fatti molto concreti, e molto recenti, che il mondo attorno a noi ci pone come urgenze. Tentiamo di farne materia di discussione ed elaborazione condivisa, con lo sguardo sempre volto verso l’apertura di nuove possibilità, nuovi mondi, nuove relazioni.

I Kill Giants – Joe Kelly e Jm Ken Kimura “o di come non capiamo niente delle ragazze”

Articoli

di Viola Lo Moro

Una frase mi ripetevo in continuazione tra gli 11 e i 16 anni: “Non capite niente. Voi non capite niente”. Dai vent’anni in su, come un mantra impacciato, ogni volta che parlo con un’adolescente, mi ripeto: “Ricordati com’era. Ricordati come era. Quanto sentivi intensamente tutto. Non sminuire mai, non sottrarti alle emozioni, non ti innalzare con cinismo di fronte ai drammi dell’adolescenza solo perché ne sei sopravvissuta”. Un amico mi disse una volta che quella fascia di età lì se la ricordava come uno slalom gigante tra un imbarazzo e l’altro.

Tutto è scomposto, tutto è precario: il corpo – per primo – i sentimenti, i pensieri, le paure – subito a seguire. Ma le “fissazioni” sono certezza a quell’età: che sia un certo modo di vestirsi, una certa ideologia, un certo stile musicale, una certa battaglia.

La personale, unica, battaglia della protagonista di questo romanzo a fumetti è quella di combattere i giganti. Con ogni mezzo necessario, poco importa se nessuno le crede. Poco importa se nessuno capisce e sa. Poco importa se è in pericolo la sua stessa vita.